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Le migliori poesie di Eufemia Capezzera

Questo autore lo trovi anche in Racconti.

Scritta da: sintagma
Certi amori sono
figli ripudiati:
partoriti al buio,
per terra,
da madri
con le mani legate
e una benda
sulla bocca per
soffocare
le grida.
Restano
per terra,
in una pozza di sangue di placenta
e amnios,
luridi di sangue di placenta
e amnios,
dentro una culla
di sangue di placenta
e amnios,
coi pugni
mobili
contro il buio a
urlare
perché
nacquero soltanto per
morire.
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    Scritta da: sintagma
    Voglio dirti gli ultimi versi
    ora che un nuovo amore ti accende
    e che questa primavera ti allontana da me
    per sempre con il grido di una rondine.
    Un cuore di poeta a un cuore di poeta.
    Voglio dirti, che ancora sogno
    un bambino sdentato che mi sorride
    sulle ginocchia.
    Ma la mia sedia è vecchia,
    la mia stanza troppo vuota e
    nemmeno un raggio di sole
    filtra dalle finestre.
    Questo bambino ride in ombra
    a una madre cieca.
    Perché come Psiche, tracciai nel buio
    i contorni del tuo viso ma non fui paga,
    e volli vedere l'amore.
    Ma lo scotto per troppo desiderio
    fu una meraviglia da deliquio, una lacrima
    di candela, l'amore ferito e offeso, e
    una freccia conficcata nelle pupille.
    Come farò, senza rivedere i tuoi occhi?
    Voglio dirti, che quando il glicine
    si piega sotto la sua cascata di fiori,
    io penso al tuo corpo gravido di dolcezza,
    pesante come un grappolo d'uva dalla vite.
    Ho vendemmiato i tuoi pensieri con vergini mani,
    assaporato le tue parole, che erano canti,
    in ascolti pieni di silenzi adoranti.
    Così, in qualche modo, ti ho avuto.
    Voglio dirti, che come un lombrico,
    hai scavato un cunicolo profondo
    nell'anima perché il vento potesse
    suonarci attraverso; mi hai reso flauto
    delle tue melodie.
    Vedi, nasciamo nudi e quando moriamo,
    siamo pieni di vesti.
    Si preoccupano costantemente di vestirsi,
    ma io voglio vivere e morire come sono nata: nuda.
    Tu mi hai spogliata di difese inutili, esposta
    al freddo della verità che ci assidera le mani:
    siamo esseri fragili.
    Perciò, voglio dirti grazie negli ultimi versi
    ora che un nuovo amore ti accende e
    che questa primavera ti allontana da me per sempre
    con il grido di una rondine.
    Non dirmi di essere serena.
    Ora voglio solo disperdermi nell'aria
    con il fumo di una sigaretta.
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      Scritta da: sintagma
      La carezza profonda delle cose,
      la voce tua
      di ambra e perla,
      miele caldo nell'arido
      fiume
      del mio sangue di
      sabbia,
      mancano
      come la parola
      "mamma"
      sulle labbra
      dell'orfano.
      Lo spazio tra me
      e le mie braccia, dove
      sì imprimeva l'orma
      del tuo grave passo,
      si dilata all'infinito.
      La tua assenza
      pesa,
      amore mio,
      come il cielo grigio
      sulla testa di chi cerca la primavera,
      come il tempo che ci negò
      il tempo
      come l'aurora che non
      condividemmo
      come il vino che
      non ti offrii
      come le parole
      che non ti donai,
      perché un crudele amore
      pose la sua mano spietata
      sulla mia bocca e mi impose
      di tacere mentre mi ubriacava
      di meraviglia.
      Invano afferro le tue dita
      di creta che si sgretolano.
      Frana la terra sotto il mio
      passo perduto,
      pensando che è follia
      dimenticarti,
      amore,
      desiderando di chiuderti gli occhi
      con due baci,
      come se tu fossi terra
      ed io brezza,
      come se fossero fiori di mandorla
      i miei due baci
      e tu il ramo desideroso
      di primavera.
      Composta venerdì 19 febbraio 2010
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        Scritta da: sintagma

        L'uovo

        Una volta mi
        hai regalato
        un uovo.
        Allora il destino
        parlava
        con la sua lingua
        presaga di
        oracoli.
        Ma ero troppo
        mortale e
        non sentivo
        che il passo
        in affanno
        del mio sguardo
        in corsa
        verso di te,
        il grido
        assordante
        dei polsi che si
        legavano
        in viluppi di arterie
        inestricabili.
        Ero una pianta
        ignara.
        Non sapevo che,
        dentro quell'uovo,
        c'erano colombe
        con il tuo nome,
        pesci che
        guizzavano
        tra le mani,
        migliaia di
        firmamenti
        ardenti,
        lune maestose e quiete,
        dolci risate
        come cascate
        di rondini,
        mare e gabbiani,
        pensieri come
        alberi.
        Non sapevo che,
        dentro quell'uovo,
        c'erano granchi al
        sole.
        Non sapevo che
        dentro quell'uovo,
        c'era rinchiusa la
        materia primordiale
        che ti ha generato, e che
        tu generi.
        Ora so
        che le mie gote
        sono gonfie di
        bocci e che
        dalla bocca
        spunta un ramo
        sul quale i passeri
        si fermano a pulire
        le ali
        e attorno al quale
        vengono a danzare
        le farfalle
        in amore.
        Composta mercoledì 7 aprile 2010
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          Scritta da: sintagma
          Di te non conosco niente.
          Non conosco neanche il nome di tua madre.
          Tutti questi anni ti hanno custodito gelosamente.
          Come una perla tra le valve, il diamante nella roccia.
          Tu esistevi. Ed io lo ignoravo.
          E sebbene tu sia assolutamente estranea a me,
          sulla mia bocca il tuo nome è un grido che lacera il petto.
          Perché la tua città è una fortezza di dura pietra
          ma io non sono un conquistatore,
          non nascondo spade sotto il mantello,
          soldati in armi nel ventre.
          Io sono piuttosto un mendicante,
          un mendicante che l'amore ha
          riempito di lebbra.
          E fuggivi da me persino
          le tue mani ferite:
          non sapevi che volevo soltanto ascoltare
          il rumore del mare che hai dentro.
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