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Scritta da: Silvana Stremiz

Arcipelaghi

Alla fine di questa frase, comincerà la pioggia.
All'orlo della pioggia una vela.

Lenta la vela perderà di vista le isole;
in una foschia se ne andrà la fede nei porti
di un'intera razza.

La guerra dei dieci anni è finita.
La chioma di Elena, una nuvola grigia.
Troia, un bianco accumulo di cenere
vicino al gocciolar del mare.

Il gocciolio si tende come le corde di un'arpa.
Un uomo con occhi annuvolari raccoglie la pioggia

e pizzica il primo verso dell'Odissea.
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    Scritta da: Silvana Stremiz

    L'aspro sapore del mare

    Quella vela piegata dalla luce,
    stanca d'isole,
    una goletta che batte il Mar dei Caraibi

    per ritornare, potrebbe essere Odisseo
    diretto a casa attraverso l'Egeo:
    quel desiderio di padre e di marito,

    sotto l'aspro livore della vecchiezza,
    è come l'adultero che sente il nome di Nausicaa
    in ogni grido di gabbiano.

    E questo non assicura la pace. L'antica guerra
    tra ossessione e responsabilità
    non può finire ed è la stessa

    per il naufrago e per chi sul lido
    ora infila i piedi nei sandali per rientrare
    da quando Troia ha spirato l'ultima fiamma

    e il macigno del cieco ciclope ha alzato le acque
    dalle cui ondate i grandiosi esametri giungono
    alle conclusioni dell'esausta risacca.

    I classici possono consolare. Ma non abbastanza.
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      Tempo verrà
      in cui, con esultanza,
      saluterai te stesso arrivato
      alla tua porta, nel tuo proprio specchio,
      e ognuno sorriderà al benvenuto dell'altro,

      e dirà: Siedi qui. Mangia.
      Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io.
      Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore
      a se stesso, allo straniero che ti ha amato

      per tutta la vita, che hai ignorato
      per un altro e che ti sa a memoria.
      Dallo scaffale tira giù le lettere d'amore,

      le fotografie, le note disperate,
      sbuccia via dallo specchio la tua immagine.
      Siediti. È festa: la tua vita è in tavola.
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        Scritta da: Silvana Stremiz

        Lontano dall'Africa

        Un vento scompiglia la fulva pelliccia
        Dell'Africa. Kikuyu, veloci come mosche,
        Si saziano ai fiumi di sangue del veld.
        Cadaveri giacciono sparsi in un paradiso.
        Solo il verme colonnello del carcame, grida:
        "Non sprecate compassione su questi morti separati!"
        Le statistiche giustificano e gli studiosi colgono
        I fondamenti della politica coloniale.
        Che senso ha questo per il bimbo bianco squartato
        nel suo letto?
        Per selvaggi sacrificabili come Ebrei?

        Trebbiati da battitori, i lunghi giunchi erompono
        In una bianca polvere di ibis le cui grida
        Hanno vorticato fin dall'alba della civiltà
        Dal fiume riarso o dalla pianura brulicante di animali.
        La violenza della bestia sulla bestia è intensa
        Come legge naturale, ma l'uomo eretto
        Cerca la propria divinità infliggendo dolore.
        Deliranti come queste bestie turbate, le sue guerre
        Danzano al suolo della tesa carcassa di un tamburo,
        Mentre egli chiama coraggio persino quel nativo terrore
        Della bianca pace contratta dai morti.

        Di nuovo la brutale necessità si terge le mani
        Sul tovagliolo di una causa sporca, di nuovo
        Uno spreco della nostra compassione, come per la Spagna,
        Il gorilla lotta con il superuomo.
        Io, che sono avvelenato dal sangue di entrambi,
        Dove mi volgerò, diviso fin dentro le vene?
        Io che ho maledetto
        L'ufficiale ubriaco del governo britannico, come sceglierò
        Tra quest'Africa e la lingua inglese che amo?
        Tradirle entrambe, o restituire ciò che danno?
        Come guardare a un simile massacro e rimanere freddo?
        Come voltare le spalle all'Africa e vivere?
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          Scritta da: Silvana Stremiz

          Il pugno

          Il pugno stretto intorno al mio cuore
          si allenta un poco, e io respiro ansioso
          luce; ma già preme di nuovo.
          Quando mai non ho amato
          la pena d'amore? Ma questa si è spinta

          oltre l'amore fino alla mania. Questa
          ha la forte stretta del demente, questa
          si aggrappa alla cornice della non-ragione, prima
          di sprofondare urlando nell'abisso.

          Tieni duro allora, cuore; così almeno vivi.
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