Dramma del finito

"Il cliente da lei chiamato
potrebbe avere il terminale spento"
e quanto brucia quando l'ascolta
quella frase rimasta dentro
per sempre nel mio cuore
per sempre
in quel telefono spento.

È un volo alto
dissolto nel cielo bianco
che lascia nera scia
dentro nubi del loro banco
quando l'alba del primo autunno
condensa di foschia.
È il decollo di chi ormai
per sempre ci ha lasciato
nel volo di chi mai
più a terra è tornato.
È una serranda chiusa
quando lascia quell'avviso
inaspettata nera scritta
di lutto improvviso.
È un luogo solo e desolato
di rovine d'un tempo andato
arcaico tempio dimenticato
dove regna sul presente
solo i silenzi del passato.
È un sipario chiuso
che per sempre ha concluso
l'ultimo spettacolo del suo locale
perché presto ormai sarà
dismesso per cambio d'uso.
È il canto assolo sollevato
dal pianto di quel cigno
che nel ghiaccio del suo lago
dolore mostra col suo ghigno.
È la sera che veste rosso
poco prima che sfinito muore
da schiuma bianca
sotto il nero di mare grosso
nella notte fonda il calar del sole
quando ancor di luce le colora
sfianche ed ultime sue ore.

Inutile cuore sciocco
cuore ottuso
la persona da lei chiamata
ormai per te
per sempre è cambiata
e solo per te e per sempre
il suo telefono avrà chiuso.

E come brucia dentro
quella frase
che ogni volta io risento
e per sempre rimasta
solo per me
in quel telefono spento.

Il cuore che più non resiste
come dire che Lei
più per te non esiste
amore sbriciolato
ridotto ad astratto
ricordo vecchio e consumato
e dentro un cuore precipitato
ma che dalla sua immagine
rimarrà sempre incantato.

Perché se noi nasciamo
è vita per sempre
che noi concepiamo
così come noi
quando un amor conosciamo
nella persona
che scelta incontriamo
è amore per sempre
amore all'infinito
solo questo noi concepiamo
ed è per questo
che il nostro cuore
non vuole accettare
il dramma del finito
per ciò che doveva
essere per sempre
essere infinito.
Quel finito che fa annegare
nella più devastante
nostalgia di sera
e che rifiuta di ascoltare
quella frase rimasta dentro
in quello, che una volta era
il mio più caro, numero di cellulare:
"Il cliente da lei chiamato
potrebbe avere il terminale spento"
e quanto brucia quando l'ascolta
ogni volta che la risento
quella frase rimasta dentro
per sempre nel mio cuore

per sempre
in quel telefono spento.
Davide Petrinca
Composta domenica 2 settembre 2012
Vota la poesia: Commenta

    Era la notte del mio futuro

    Era la notte
    la notte in cui ho sognato
    sbiadita foto di un passato
    e io, rimasto solo per una vita
    pensoso la osservavo
    quando sopra il suo vetro stesso
    scorgevo di riflesso
    due lucidi occhi
    come in uno specchio
    la cui cornice era un volto
    che ancor non riconoscevo
    ma era solo e triste
    e sopratutto m'appariva vecchio.

    Era l'alba
    di un giorno che mi ha svegliato
    nel volto che poi ho riconosciuto
    e subito in un attimo ho capito
    che nel riflesso
    del volto di quel vecchio
    non c'era altro che il mio futuro
    che vivrà soltanto di un passato
    pianto e poi ripianto all'infinito
    antica storia di una altra vita
    che è stata così breve
    ma dentro mai finita
    e di ricordi dai colori sempre vivi
    ma li finiti, dietro il vetro di una foto
    dal tempo consumata e ormai sbiadita.

    Era l'alba
    sempre di quel giorno
    tanto insolito perché
    dal gelo era impietrito
    e anche lui insieme a me
    dal buio come atterrito
    fuori era quasi nero
    che la mia finestra
    divenne un muro
    era l'alba
    ma dal grigio così scuro
    che sembrava ancora notte
    era la notte
    in cui ho sognato il mio futuro.
    Davide Petrinca
    Composta mercoledì 29 agosto 2012
    Vota la poesia: Commenta

      SCILLA

      Da distanti mari occidentali
      ho visto albe risollevarsi
      per giorni dal vuoto divorati
      come pure il fuoco di tramonti arsi
      infilar luce ai più neri
      cieli da nubi costernati
      e offrir calore ai più glaciali
      e più elevati della terra
      corni innevati
      per poi sciogliersi lungo il confine
      di riaccese notti e amor finiti.

      Come anche ho visto
      musica che riparte
      e dolcemente si riprende
      in altra vita che rinasce
      dopo sommessi ultimi rintocchi
      di lontane campane a morte
      ma qui tutto si smentisce
      davanti i miei stessi occhi.

      La tua bellezza
      è magnificamente forte
      or che qui, da occhi di viandante
      io da solo di nuovo ti rivedo
      in un tuo panorama strabiliante
      com'è anche il più felice
      panorama su un mio passato
      fulmineo brivido inaspettato
      da cui vengo
      profondamente spaventato
      e come non mai
      prima d'ora ho avvertito.

      Visita in anteprima
      di sentita futura morte
      nella persa tenerezza infinita
      di quell'amore e la sua sorte
      che dentro me sempre resta
      e oggi su questa conca di felicità
      si dirama
      perché lì la vedo mai finita
      solo da qui come la foto
      noi, e sullo sfondo quel panorama.

      Ma devo fuggire
      immediatamente
      e riprendere quel treno
      e disperatamente
      mai più tornare indietro
      perché troppo facilmente
      sento qui
      di fermarmi io per sempre
      e mai lo meriterebbe, chi
      ancora esiste
      e alla misera vita mia
      comunque ancor, tiene davvero
      quindi in silenzio
      dal brivido di quei ricordi fuggo via
      ed è, un vero addio
      un grande, addio sincero
      a te, che ti ho voluto rivedere
      a Lei, che mai ho smesso
      di volere bene
      a te, che in alcune estati
      ho conosciuto la meraviglia
      ma soltanto e perché
      Lei era qui, vicino a me
      indimenticabile come sfavilla
      com'era in foto
      oggi il mare
      mai vi dimenticherò
      io, Lei e Scilla.
      Davide Petrinca
      Composta mercoledì 22 agosto 2012
      Vota la poesia: Commenta

        Lì, da dove forse si vede ancora il mare

        Severi come antichi
        romani anfiteatri
        d'imperiale vastità
        svuotati spazi sconfinati
        di eliocentriche loro piazze
        come fori di antiche civiltà
        staccano da superbi viali
        le loro imponenti stazze
        e a quelli impongono distanze
        tra pareti vigorose
        magnifiche quinte di edifici in fila
        dove il silenzio
        mi onora la memoria
        dove il silenzio
        a noi mi riavvicina
        fino a quell'angolo incastonato
        di timida collina
        che si diparte dalla via Eufrate
        per poi in vetta risalire
        sopra il suo più alto edificio
        che forte dell'altezza
        verso il tramonto a sud s'eleva
        esule di sua fierezza
        come una torre
        in copertura si completa
        lì, nell'abbarbicato attico lunare
        lì, da dove forse
        si vede ancora il mare.

        Lì, da dove forse
        meglio si può immaginare
        di questa città il suo più vicino mare
        lì, dove barriere verdi
        e il quasi nullo circolar di mezzi
        detrona la città
        dei suoi più insiti rumori
        per restituirne
        solo dolci e lieti suoni
        o profumi di romana
        campagna rigogliosa
        come se da un'altr'epoca
        oggi è rivendicata
        e subito è riesplosa
        e qui nel suo quartiere, riscongelata
        e qui, su questa via
        nella sua freschezza riconsegnata.

        Lì, che il mio cammin si ferma
        e pensa tanto
        per quanto sembra
        sotto un azzurro plastico
        di cielo colorato
        sospeso il tempo in questo spazio
        oggi dal sole arroventato
        oggi di ricordi permeato.

        Argini di metafisici viali
        s'infrangono per miscelarsi
        a briosi zampilli di fontane
        che animano lapidee vasche
        dai loro gelidi fondali.

        E sempre quelle piste
        disegnate su quei viali
        hanno come cigli
        facciate monumentali
        di razionali architetture
        che ardono di luce
        per venire colorate
        di un marmo bianco che risplende
        nei porticati di romane arcate
        ad inquadrare le sue strutture
        dove in esse
        quel nero di lunghe ombre
        prende posto
        per la morsa di questa equtoriale
        domenica d'agosto.

        La grande Urbe
        è Accademia d'architettura
        ed ha qui, il suo laboratorio
        la sua aula magna
        dove tra svuotati spazi
        di fontane e verde
        regna il fragore di quell'acqua
        e nel cammino, la mente mia si perde
        in un silenzio che appare finto
        campagna mascherata
        di bianca pietra e cemento.

        Fino a che giungo davanti a quello
        mai come oggi così severo
        algido prisma
        con in base un quadrato
        che dai suoi occhi d'archi
        sprigiona la fierezza
        di un popolo e la sua grandezza
        in quella scritta in esso incisa
        sopra l'attico di un gelido prospetto
        come pure quella
        di un altro un po' più in là
        che innalza la sua città
        sopra il più esaltato auspicio
        di florida ed eterna imperialità.

        Ma tutto questo mi rimanda
        ad un tempo a me sempre caro
        quando guardo l'obelisco
        dell'imperiale incrocio
        e presto una staffilata
        m'arriva come un grave
        nel precipitare giù dal cielo
        che sembra voglia il mio finale
        e s'infila come una lama
        dentro la mia schiena
        ma non è altro che il pensiero
        di un primo incontro
        nel lontano autunno di una sera
        e l'obelisco che una volta
        lume dei nostri incontri
        come un gigante buono era
        ora è solo un inanimato masso
        che spietato mi crolla addosso
        e in un attimo mi stende
        sentire dopo, fissa una ferita
        che feroce, il mio cuore fende
        nei ricordi
        travolto da sue onde
        di mare che tradisce
        e immobilizza le mie gambe
        la solitudine m'immerge
        finché atterra il mio morale
        in sintonia con un clima
        d'algida bellezza
        e mai come oggi
        soffocante e surreale.

        E poi il tutto, di nuovo mi riporta
        solo in seno a quel mistero
        in fondo all'angolo incantato
        tra un'austera chiesa e un monastero
        lungo la via E... frate
        spazio dal silenzio raggelato
        più che mai, in questa domenica d'estate
        dove profumi di flora estiva
        stordisce olfatto e il mio pensiero
        che di ricordi è già inebriato.

        E punto su lo sguardo
        dove la memoria veloce scatta
        disegnando in quell'afosa
        serra emozionale
        fotochimica d'ozono cappa
        noi e il nostro litorale
        a Lei così vicino
        e da qui così lontano
        in un radioso deserto urbano
        che brilla di bianco travertino
        ma un leggero vento muove foglia
        che sembra compiaciuta
        per avermi fatto compagnia
        nell'essersi posata sopra il mio sellino.

        Quindi ancor vita è
        musica che rinasce
        nell'ascoltare e immaginare
        da lontane spiaggie
        concitate voci dietro quella siepe
        poco prima che un amor finisce
        quand'eravamo ancora insieme.

        Come si può
        dimenticare e poi continuare
        come si può
        dimenticare senza morire
        e non resta che soltanto
        da un caldo esasperato
        farsi annichilire
        dentro un imbalsamato
        fanatico quartiere
        io qui con lui solo
        per meglio risentire
        la lama dentro rigirare
        di solitudine spietata
        com'è d'agosto la domenica
        in quest'angolo di città
        mai come ora, così dimenticata
        in questo tempo e in questo luogo
        oggi ancor più desolato
        della sua normalità.

        Ma in questo giorno e fino in fondo
        io qui, voglio restare
        per farmi a tutto tondo
        da ogni lato anninentare
        sempre e solo
        dal solito dolore
        che oggi voglio a viso aperto
        di nuovo risfidare
        dove in quest'innaturale
        timido silenzio
        che sembra d'oltremare
        il cuore mio
        riesco meglio ad ascoltare
        dove il suo fuoco
        e del caldo alto di quest'ora
        i miei ricordi
        sembran tutti dover bruciare
        dove quella lama di solitudine
        che taglia vita e toglie aria
        qui, riesce meglio
        dentro me a sprofondare.

        Dove ancor vivo è il mio pensiero
        di noi su quel mare
        ed oggi, è quasi un anno
        che solo perse tracce, di noi rimane
        nostri ultimi momenti su quelle spiaggie
        e qui, meglio che in ogni altro spazio
        com'in un eremo di pace
        nel mio lento pedalare
        spontaneo dal cuor m'esce
        un dolce rimembrare.

        Qui, dove lassù in quell'osservatorio
        il mio sguardo ha il suo magnete
        rifugio in attico tamponato
        da schermi di laterizio traforato
        a sembrar come una torre
        di romantica prigione
        che detiene come in gabbia
        il mio cuor sgomento
        solo e imprigionato
        ma lì, forse con la sua mente
        nel più profondo raccoglimento
        risece meglio, il ricordo ad esplorare
        risece meglio, la sua memoria a navigare
        lì, da dove forse
        il mio cuore crede ancora
        che si vede noi
        che si vede il mare.
        Davide Petrinca
        Composta domenica 12 agosto 2012
        Vota la poesia: Commenta
          S'infrange nel tempo
          l'onda impetuosa
          del mare isolato
          mai così agitato
          da inverno profondo
          e d'amore trascorso
          del nostro passato.

          S'infrange nel tempo
          l'ombra latente
          sul nostro sentiero
          da distanze celata
          perché sperduta là dietro
          a una stagione morente.

          S'infrange nel tempo
          amor ch'è giunto
          ben presto in sua riva
          dopo che presto
          impetuoso con schianto
          impietoso s'è infranto
          sopra la roccia
          dello scoglio del tempo.

          Lì, ora finito
          dove pianta bandiera
          che sventola sola
          alla sera più nera
          su un isola che oscura
          d'esausto sole
          per sempre eclissato
          nel buio deserto
          di spazio infinito
          e solo abitato
          d'atavico silenzio.

          Tutto s'infrange
          addosso la roccia
          spietata del tempo
          che mostra alla fine
          tutta la forza
          nel distruggere amore
          e poi i suoi ricordi
          in sua che da sempre
          e'infallibile impresa
          tutto distrugge
          nella sua abile morsa
          memorie
          e vita compresa.
          Il suo scorrer dispiega
          l'interminabile corsa
          che sgretola tutto
          e ogni cosa lui piega
          sopra lo scoglio
          dove tutto s'infrange
          ma non il mio cuore
          perché lui se non muore
          lui non si arrende
          se lui oggi ancor piange.

          È l'immane sua forza
          più di quell'onda
          del mare in tempesta
          è potenza
          sul tempo ch'arresta
          che scavalca lo scoglio
          e il suo grande alleato
          del cielo nero da pioggia
          dopo che ha urlato
          l'ululo del vento
          per giungere quando
          per giungere dentro
          dove vince il ricordo
          sullo scorrer del tempo.

          Perché vince sul tempo
          il mio cuore che fa
          del ricordo che ha dentro
          il suo unico oro
          che solo in lui resterà
          anche dopo che muore.

          E solo in lui
          ora io credo
          se in lui
          vera luce rivedo
          se in lui il suo respiro
          sempre risento
          nel fulcro in cui ascolto
          il suo labile battito
          in fondo al suo centro
          nucleo di roccia
          che sfida e che batte
          la corsa del tempo
          e proprio lì
          s'infrange l'oblio
          nel ricordo mai spento
          dove ormai più non scorre
          l'immobile letto
          di fiume che stanco
          è sempre più lento
          finch'egli
          ferma e l'abbatte
          nel suo movimento
          l'inesorabile
          countdown
          dello scorrer del tempo.
          Davide Petrinca
          Composta domenica 5 agosto 2012
          Vota la poesia: Commenta
            Questo sito contribuisce alla audience di