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Scritta da: Silvana Stremiz

Paola

Ora che il passo della talpa viene
alla polvere inquieta del tuo braccio,
che il riccio scava il tuo pensiero chiuso
e la mano sprofonda nella diga,
tesa fra sonno e colpo di tamburo,
che i vivi seguono la marcia muta
alla tenera culla di radice
dove il lampo reclina ed è guanciale
al tuo grido d'abisso,
ti sognerò come chi più non vede
si rannicchia nel fondo della luce
e chi non ode frana nella notte
di una piccola musica di pietra.

Ti sognerò nella cadenza cupa
dello squillo terribile d'estate,
filo di tenebra fra due visioni –
dormiveglia e sorriso.
E ti ricorderò come un narciso
chino su un orologio silenzioso
mentre sorge dal buio del tuo viso
l'esile giorno delle pulsazioni.
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    Scritta da: Silvana Stremiz

    Risveglio

    L'ora più buia è quella del mattino,
    fase di mutili grovigli e nodo
    di pensieri recisi.

    Abbiamo dato chiusa sepoltura
    ai nostri brevi cani e ai nostri morti
    e la porpora viva del rimorso
    sanguina in tenue cecità. La notte
    spegne candele di cipressi, sale
    in taciuti riflessi e fiamme grevi.

    L'occhio disegna un'esile equazione
    fra litania e squillo di tromba.
    È tempo
    di scuoiare il rifugio della mano
    come corteccia impoverita e siamo
    genuflessi al miracolo del sole.

    Funerario è lo stelo che congiunge
    gli emisferi dell'ombra e del digiuno
    in meridiani panici. Sorgiamo
    all'esatta cadenza del dolore.
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