Poesie di Cristina Obber
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Guerra
Vorrei aprire la finestra
ed essere colpita dai colori
Un prato irriverente
di fiori appiccicati
Schierati l'uno accanto all'altro
Bocche di leone
Ciclamini
Fiordalisi
Ed un esercito di api.
Mi consumo.
Ho freddo.
Mi consumo.
Ho caldo.
Mi consumo, e urlo
e grido
Ma il vento è forte,
la voce si impiglia
mi dimeno
forse
ma gli autobus sbuffano
e il passante non se ne accorge.
Giustificazione
Alibi
Paura.
Invecchio.
Gli uccelli al di sopra
volano,
rumorosamente.
Mentre io mi consumo.
Come l'asfalto,
come lo smalto
su queste unghie
sempre più fragili.
Sempre più forti.
Singhiozzi
Nessuno li sente.
Io, solamente.
Formiche diligenti
inarrestabili,
uno in fila all'altra.
Mi sento soffocare a volte
eppure sorrido,
e contagio di allegria,
di buone cose.
Ma sulle mie papille
saliva amara
ed una pietra.
Sobbalza,
mentre il cibo la scansa.
Fede
Piango madre,
per non aver saputo essere migliore.
Per la trascuratezza.
Per la caparbietà
negata a quel rimpianto.
Sciocca fanciulla
in una pieve silenziosa
ove la voce mi cullava.
Voce che nel mio petto ancora vibra.
Vibra come una nota d'organo
che oggi mi commuove.
Sono io quella nota,
quel tremolio di vita.
Lo squarcio
Divampa nel cielo
la scelleratezza.
Tutto è rosso.
Brucia le carni il fuoco,
avido di grida,
avido di corpi.
Arrivano i reporter,
e l'impudenza.
Si spendono parole,
e bei discorsi,
bla, bla, bla.
Si spengono in silenzio
i flebili respiri,
uno dopo l'altro,
17, 18, 19.
Reclama il suo ruolo il destino
e con lui un mediocre
in calo di ascolti.
Non vi è spazio per loro,
né gloria.
Mentre scorrono lente
le bare
trionfa senza pari
la vergogna.