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Scritta da: Ciro Orsi

Preghiera

Cerco una luce che illumini
i miei dubbi sul senso della vita
prego per ritrovare in me
il seme dell'innocenza,
nascosto tra le zolle
dell'orgoglio.
Coltivo i miei dubbi illuminanti
tra le mille vicende
e la cinica indifferenza
della quotidiana esistenza,
cercando di tenere per mano
il filo che porta all'eterno.
Composta giovedì 28 novembre 1968
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    Scritta da: Ciro Orsi

    2 Novembre

    Un fruscio indistinto si leva
    nella città dei morti,
    tra i viali odorosi
    di resine e viole di vario colore.
    Nel giorno dei defunti
    è la festa dei vivi
    a rallegrare il silenzio delle croci
    di eroi sconosciuti
    in attesa d'un fiore.
    Nei discorsi sommessi dei vivi
    scintille di ricordi
    nomi amati per sempre
    memorie di dolori
    soffocati dal tempo
    e pianti disperati
    per troppo recenti abbandoni
    nel giorno dell'illusione
    di festeggiare i morti.
    Composta sabato 2 novembre 1963
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      Scritta da: Ciro Orsi

      Tempo d'estate

      Nuovi incontri tra volti sconosciuti
      nel sole d'agosto
      tra le onde di un mare immenso
      oggi è tempo d'estate
      vive il sogno dell'inverno lontano
      nelle lunghe giornate
      a parlare di niente;
      di sera il sorriso delle stelle
      ti cattura dall'ampia volta
      del teatro all'aperto
      e ti spinge a cantare
      motivi d'amore di anni passati.
      Quante volte l'hai sentito
      prima d'allora, quante volte,
      hai provato ad abbandonarti
      per tornar poi, sempre,
      inevitabilmente,
      alla tua eterna solitudine.
      Anche quella volta sbagliasti
      rincorrendo lei
      in un folle delirar dei sensi
      la rincorresti ciecamente
      e quando ti sembrò d'averla raggiunta,
      svanì, nel vuoto e nel silenzio,
      come già altre volte.
      Composta venerdì 27 agosto 1965
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        Scritta da: Ciro Orsi

        Stampa d'epoca

        La cornice intarsiata di foglie dorate
        nel legno robusto scurito dal tempo
        custodiva la grande stampa d'epoca borbonica
        pervenuta dai nonni materni sino a noi.
        Un'illustrazione dai tipici colori grigi e neri
        di varie intensità
        pressati con perizia su cartoncino
        un tempo bianco ed ora assai ingiallito
        sotto il grande vetro che lo proteggeva al meglio.
        Fissata al centro della parte principale
        del camerone d'ingresso della casa
        dava un che di importante a tutto il resto,
        la parte alta sporgeva dal muro,
        trattenuta in un punto da un canapo dorato
        la base poggiata su due grandi ganci,
        era stata sempre lì da quasi cento anni.
        Alta da terra che per ammirarla
        dovevo alzare lo sguardo sù al soffitto
        e, per spolverarla, quando d'uso,
        a zia Letizia occorreva di montar sul tavolo.
        Una gran veduta dopo il terremoto
        da un punto della rocca
        lo sfondo di macerie desolanti,
        cumuli di case accartocciate in ogni via,
        chiese spezzate e campanili appesi;
        in primo piano un cavaliere in gran pavese
        avanza uno stuolo di gentiluomini
        e guida un gran numero di servitori
        con carri, arnesi, vanghe e casse
        a portar soccorsi in ogni parte.
        Sotto in caratteri istoriati il titolo
        "16 settembre 1851: Ferdinando II,
        Re di Borbone, sulle rovine di Melfi"
        Il "Re bomba": così era chiamato dalla zia.
        Ed io mi immaginai che fosse il "re ciccione"
        giusta la ciccia che il cavaliere
        si portava addosso sulla stampa.
        Ma mio padre mi spiegò trattarsi
        di un merito più grave e serio:
        quel Re aveva sparso con le "bombe"
        il sangue dei rivoluzionari a Napoli
        a Palermo ed in Calabria,
        senza fermarsi finché il popolo
        si dimostrò più forte di lui,
        ma continuò a chiamarlo il Re Bomba.
        Negli anni della scuola appresi
        sui libri un po' di storia e talvolta
        mi tornava quella storia del Re Bomba.
        Il terremoto terribile di Melfi del 1851,
        la rapida ricostruzione della città
        per merito del Re bomba,
        i moti di Napoli, gli eroi di Sapri,
        Carlo Pisacane,
        la fine delle speranze mazziniane,
        storie d'oppressione e decadenza paurose,
        tutto in poco tempo, di corsa,
        per merito di Re Bomba,
        colpito in pieno petto e ferito
        in Campo di Marte a Napoli
        da una baionetta per mano
        di un uomo del popolo,
        Agesilao Milano, processato
        e poi impiccato in Piazza dei Miracoli nel 1856.
        Re Bomba non moriva subito
        ma dopo tre anni di sofferenze,
        forse per setticemia seguita alle ferite
        o forse per obesità diceva il testo di storia.
        Ecco, era proprio il "re ciccione"
        che avevo immaginato da ragazzo!
        Non cambiava niente, in ogni caso,
        Re Bomba o re ciccione
        era morto per mano del popolo
        mio padre non poteva sbagliarsi.
        Eppure quel re tiranno aveva provato
        con le opere davvero
        a conquistare le simpatie del popolo:
        proprio sotto casa, a pochi metri,
        passava la ferrovia Napoli - Portici,
        la prima in Italia, un vero vanto,
        per merito di Re bomba o re ciccione,
        ma pure l'officina di Pietrarsa,
        futuro e lavoro per operai,
        tecnici, ingegneri e capi,
        tutta gente che passava sotto i balconi,
        tutti i giorni da oltre un secolo,
        andavano a Pietrarsa per fabbricare
        littorine e locomotive,
        quelle vere che potevi trovare alle stazioni,
        non quelle di latta che portava la befana,
        per merito di Re Bomba o re ciccione,
        quando aveva appena 29 anni.
        E nella stampa di Melfi quanti anni aveva?
        A quel tempo Re Bomba aveva 41 anni
        qualche buona opera ancora da fare
        per puntellare il traballante regno,
        chissà quanti morti già ammazzati
        e quanti ancora da sistemare
        prima di finire da ciccione sulla strada
        che portava al popolo sovrano.
        Composta giovedì 24 gennaio 2013
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