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Scritta da: Ciro Orsi

Viaggiatori

Hai scelto la destinazione,
la classe
e forse
il lato del posto a sedere
al check in.
Questo basta:
ora il tuo nome
è in lista viaggiatori
sul volo che sta
per chiamare la partenza.
All'imbarco ti confondi
al tuo gruppo di persone
messe insieme dal caso,
ognuno perduto
nei suoi pensieri,
solitudini in fila
senza relazioni,
cerchi un motivo d'interesse,
se incontri uno sguardo
puoi forse trovare
un sorriso fugace
o uno scambio di opinioni
senza impegno,
ma è un labile segno d'empatia
un'illusoria vicinanza
che accompagna i viaggiatori.
Composta mercoledì 24 aprile 2013
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    Scritta da: Ciro Orsi

    Senza fissa dimora

    Siede sulla panchina al sole
    lo sguardo fisso nel vuoto
    nei suoi poveri stracci
    aspetta che si faccia sera
    per andare a ruspare
    nei bidoni dei rifiuti
    come cane randagio
    invisibile ai passanti frettolosi.
    Dorme arrotolato nei cartoni
    tra le colonne e gli archi
    delle gallerie del centro
    tra il guano dei piccioni
    e il fetore immondo
    delle latrine a cielo aperto.
    Si aggira fra di noi
    come un fantasma trasparente
    visto e non visto
    senza identità
    un'illusione di realtà
    che scorre via
    senza lasciare segni
    della sua labile esistenza.
    Se lo sfiori un istante
    e lo guardi negli occhi
    potrai scorgere forse
    un riflesso divino
    della pietà che credevi
    perduta.
    Composta domenica 21 aprile 2013
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      Scritta da: Ciro Orsi

      Bagliori

      Bagliori nel vuoto
      dello spazio-tempo
      dell'universo primordiale
      lasciano tracce di armonie
      divine andate in pezzi
      nel dispotico abisso
      degli eventi:
      come echi di note disperse
      nell'universo
      dal pentagramma della vita.
      La ragione procede
      senza sosta a cercare
      la chiave per entrare
      nel mistero nascosto
      in fondo all'essere
      con formule complesse
      e geometrie sofisticate
      d'incomparabile grandezza,
      ma solo l'arte penetra
      l'essenza della vita
      disvelando l'eterna natura
      dell'esistenza umana.
      Composta domenica 14 aprile 2013
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        Scritta da: Ciro Orsi

        2 Agosto 1980

        Dal centro di Bologna
        alla stazione ferroviaria
        il taxi è stato da primato,
        credevo di non farcela
        ed eccomi qua
        mancano solo dodici minuti
        alla partenza del mio treno
        e forse faccio in tempo
        anche a prendere un caffè
        in piedi al bar interno.
        All'angolo della stazione
        dove saluto e ringrazio
        il giovane tassista bolognese
        l'orologio sul muro della ferrovia
        ha le lancette ferme
        alle 10,25,
        Il tempo non passa
        per i morti e i feriti
        della strage del 2 agosto dell'80.
        Una mattanza senza senso
        della compagnia di giro
        di fascisti del terrore
        manovali a basso prezzo,
        mandanti nascosti da segreti
        di logge altolocate
        e verità solo cercate
        ma mai svelate per intero.
        Il tempo non passa
        per i morti e i feriti
        della strage del 2 agosto dell'80.
        Il grande salone passeggeri
        era gremito di persone
        presenti nell'attesa
        di trovare ciascuno
        la sua strada
        per un viaggio sognato
        verso un luogo di vacanza
        o solo verso casa lasciata
        per un lavoro lontano
        o per un sogno cercato
        nell'altrove riposto
        in ogni cuore.
        Un viaggio è sempre
        un sogno ad occhi aperti
        e nella sala d'attesa
        si respira l'attesa del sogno.
        Quando il carnefice decide
        pigia un tasto da lontano, click,
        un lampo, un gran boato
        e parte la sequenza del terrore,
        la stazione di Bologna
        ridotta in un cumulo
        di morti, feriti, macerie,
        una nube di polvere
        dall'acre sapore di tritolo.
        85 persone d'ogni età
        spezzoni di famiglie
        passati dal sogno della vita
        alla morte per strage,
        eroi per caso,
        bambini, giovani, anziani,
        uomini e donne
        strappati in un istante
        d'inimmaginabile terrore
        al loro quotidiano vivere.
        Gli occhi dei passeggeri
        scorrono la lista
        dei loro nomi
        sulla stele di marmo
        a ricordo del loro
        sacrificio involontario.
        Altre 200 persone sopravvissero
        con grande strazio
        dei loro corpi martoriati
        da ferite che il tempo
        non sempre guarisce.
        Il treno è in arrivo al binario 3
        mi affretto mescolandomi
        agli altri viaggiatori
        mentre dal fondo della sala
        il sax tenore d'un artista di strada
        diffonde le note inconfondibili
        di Hey Jude.
        Mi ritornano alla mente
        dei versi di quella canzone
        "Hey Jude, non peggiorare le cose:
        prendi una canzone triste e rendila migliore.
        Ricordati di lasciarla nel tuo cuore
        e poi comincia a migliorarla".
        Trentadue anni sono passati
        ancora nessuna verità
        sui segreti coperti
        di mandanti nell'ombra.
        È una canzone triste
        ma da cittadini liberi
        possiamo cominciare a migliorarla,
        lasciamo nei nostri cuori
        il ricordo delle vittime
        e chiediamo per tutte:
        giustizia.
        Composta martedì 9 aprile 2013
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          Scritta da: Ciro Orsi

          A mio zio Ciro

          Nelle gambe sentiva ancora
          il fremito del mare,
          sulla terra ferma teneva
          la postura che i marinai
          hanno per lunga lena appreso
          per regger l'equilibrio
          nelle lunghe crociere
          in mare aperto..
          Vestiva di chiaro
          amava l'aria aperta
          le magliette fresche bianche
          di cotone profumate
          sopra i calzoni a falde larghe.
          Passava molte ore
          al suo tavolo di vimini
          sulla veranda dai bei vetri colorati
          al piano terra del villino
          leggeva con passione
          libri di storia e saggi
          e teneva sempre sotto mano
          fogli di appunti fitti fitti
          per chissà quali ricerche.
          Si era ammalato in guerra.
          Nell'estate del quaranta
          era in missione nel Mar Rosso
          sul sommergibile Perla:
          una tragica serie di incidenti
          mette fuori uso l'impianto
          di condizionamento dell'aria,
          la perdita del cloruro di metile
          provoca l'avvelenamento
          dell'intero equipaggio,
          i marinai impazziscono
          alcuni vengono legati
          nell'attesa dei soccorsi
          sono agonizzanti e
          arenati sul fondo del mare
          nell'angusto battello
          per sei lunghissimi giorni.
          Otto si salvarono.
          Trentadue lasciarono la vita
          in quell'angusta scatola di latta.
          Zio Ciro tornò a casa
          ridotto come un cencio consumato
          i polmoni ammalati d'enfisema
          e l'animo angosciato
          che solo può provare
          chi ha fatto quel viaggio
          nel fondo dell'inferno.
          Ma la vita è un'energia divina
          e l'amore per la vita
          un balsamo che cura
          le ferite più atroci.
          A casa c'è la dolce Lina
          ad aspettarlo a braccia aperte
          la piccola Luisa,
          due anni o poco più
          che già lo chiama "babbo"
          per affascinarlo,
          e la mamma e le sorelle
          e il fratello
          e i nipoti tanto amati
          e tutti gli altri parenti
          vicini e lontani
          e i tanti e tanti amici
          che hanno chiesto di lui
          ed ora vengono a trovarlo
          per dar coraggio
          e tirar sù l'umore.
          Poi il fisico riprende
          il suo vigore e un nuovo
          stile di vita lo sostiene
          pur limitato dalla malattia
          che la guerra gli ha lasciato.
          Per me era così zio Ciro
          lo amavo più di tanto,
          porto il suo nome in onore suo
          perché quando son nato,
          nel quarantacinque, ancora
          lui soffriva tanto
          e desiderava tanto avere
          un altro figlio, un maschio,
          ma non era posiibile
          e così gli sembrò forse
          di volermi bene come un figlio.
          Aveva il volto chiaro
          di magrezza familiare
          le fossette larghe del sorriso
          gli occhi azzurri
          come il mare,
          giocavamo con le carte
          mentre la zia suonava il piano
          e Luisa pasticciava coi rossetti
          e i tacchi a spillo
          e chiamava il babbo
          per sapere che ora era;
          quando eravamo soli
          preparavo il caffè con la napoletana
          e lo gustavamo con i pasticcini
          sul tavolo della cucina.
          Lo guardavo ed era proprio lui
          solo un po' più anziano
          di quel giiovane marinaio
          che zia Matilde ci raccontava
          per far sapere come era nato
          l'amore tra il fratello
          e sua cognata Lina.
          Il bel giovane marinaio
          era in divisa d'ordinanza
          sulla banchina del porto
          a rimirare il suo battello in sosta
          e orgoglioso illustrava
          alla piccola folla di ospiti curiosi
          i prodigi nascosti del regio natante
          e le virtù straordinarie dell'arte marinara
          ma ogni attenzione sua
          fu solo per quel volto di donna
          che si parò davanti
          e lo incantò con gli occhi languidi
          ed il sorriso esperto
          nell'arte del sedurre.
          Un tonfo al cuore e via:
          Ciro e Lina
          varcano quella passerella
          sul battello dell'amore
          verso la loro crociera della vita.
          Composta giovedì 21 marzo 2013
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