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Poesie di Camillo Sbarbaro

Scrittore e poeta, nato giovedì 12 gennaio 1888 a Santa Margherita Ligure (Italia), morto martedì 31 ottobre 1967 a Savona (Italia)
Questo autore lo trovi anche in Frasi & Aforismi.

Scritta da: Pedra

Liguria

Scarsa lingua di terra che orla il mare,
chiude la schiena arida dei monti;
scavata da improvvisi fiumi; morsa
dal sale come anello d'ancoraggio;
percossa dalla farsa; combattuta
dai venti che ti recano dal largo
l'alghe e le procellarie
- ara di pietra sei, tra cielo e mare
levata, dove brucia la canicola
aromi di selvagge erbe.
Liguria,
l'immagine di te sempre nel cuore,
mia terra, porterò, come chi parte
il rozzo scapolare che gli appese
lagrimando la madre.
Ovunque fui
nelle contrade grasse dove l'erba
simula il mare; nelle dolci terre
dove si sfa di tenerezza il cielo
su gli attoniti occhi dei canali
e van femmine molli bilanciando
secchi d'oro sull'omero - dovunque,
mi trapassò di gioia il tuo pensato
aspetto.

Quanto ti camminai ragazzo! Ad ogni
svolto che mi scopriva nuova terra,
in me balzava il cuore di Caboto
il dì che dal malcerto legno scorse
sul mare pieno di meraviglioso
nascere il Capo.

Bocconi mi buttai sui tuoi fonti,
con l'anima e i ginocchi proni, a bere.
Comunicai di te con la farina
della spiga che ti inazzurra i colli,
dimenata e stampata sulla madia,
condita dall'olivo lento, fatta
sapida dal basilico che cresce
nella tegghia e profuma le tue case.
Nei porti delle tue città cercai,
nei fungai delle tue case, l'amore,
nelle fessure dei tuoi vichi.
Bevvi
alla frasca ove sosta il carrettiere,
nella cantina mucida, dal gotto
massiccio, nel cristallo
tolto dalla credenza, il tuo vin aspro
- per mangiare di te, bere di te,
mescolare alla tua vita la mia
caduca.
Marchio d'amore nella carne, varia
come il tuo cielo ebbi da te l'anima,
Liguria, che hai d'inverno
cieli teneri come a primavera.
Brilla tra i fili della pioggia il sole,
bella che ridi
e d'improvviso in lagrime ti sciogli.
Da pause di tepido ingannate,
s'aprono violette frettolose
sulle prode che non profumeranno.

Le petraie ventose dei tuoi monti,
l'ossame dei tuoi greti;
il tuo mare se vi trascina il sole
lo strascico che abbaglia o vi saltella
una manciata fredda di zecchini
le notti che si chiamano le barche;
i tuoi docili clivi, tocchi d'ombra
dall'oliveto pallido, canizie
benedicente a questa atroce terra:
- aspri o soavi, effimeri od eterni,
sei tu, terra, e il tuo mare, i soli volti
che s'affacciano al mio cuore deserto.

Io pagano al tuo nume sacrerei,
Liguria, se campassi della rete,
rosse triglie nell'alga boccheggianti;
o la spalliera di limoni al sole,
avessi l'orto; il testo di garofani,
non altro avessi:
i beni che tu doni ti offrirei.
L'ultimo remo, vecchio marinaio
t'appenderei.

Chè non giovano, a dir di te, parole:
il grido del gabbiano nella schiuma
la collera del mare sugli scogli
è il solo canto che s'accorda a te.

Fossi al tuo sole zolla che germoglia
il filuzzo dell'erba. Fossi pino
abbrancato al tuo tufo, cui nel crine
passa la mano ruvida aquilone.
Grappolo mi cocessi sui tuoi sassi.
Composta mercoledì 30 novembre 1921
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    Scritta da: Antonella Marotta
    Magra dagli occhi lustri, dai pomelli
    accesi,
    la mia anima torbida che cerca
    chi le somigli
    trova te che sull'uscio aspetti gli uomini.

    Tu sei la mia sorella di quest'ora.

    Accompagnarti in qualche trattoria
    di passoporto
    e guardarti mangiare avidamente!
    E coricarmi senza desiderio
    nel tuo letto!
    Cadavere vicino ad un cadavere
    bere dalla tua vista l'amarezza
    come la spugna secca beve l'acqua!

    Toccare le tue mani i tuoi capelli
    che pure a te qualcuno avrà raccolto
    in un piccolo ciuffo sulla testa!
    E sentirmi guardato dai tuoi occhi
    ostili, poveretta, e tormentarti
    domandandoti il nome di tua madre...

    Nessuna gioia vale questo amaro:
    poterti far piangere, potere
    piangere con te.
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      Scritta da: Antonella Marotta
      Taci anima mia. Son questi i tristi giorni in cui senza volontà si vive,
      i giorni dell'attesa disperata.
      Come l'albero ignudo a mezzo inverno
      che s'attriste nella deserta corte
      io non credo di mettere più foglie
      e dubito d'averle messe mai.
      Andando per la strada così solo
      tra la gente che m'urta e non mi vede
      mi pare d'esser da me stesso assente.
      E m'accalco ad udire dov'è ressa
      sosto dalle vetrine abbarbagliato
      e mi volto al frusciare d'ogni gonna.
      Per la voce d'un cantastorie cieco
      per l'improvviso lampo d'una nuca
      mi sgocciolano dagli occhi sciocche lacrime
      mi s'accendon negli occhi cupidigie.
      Chè tutta la mia vita è nei miei occhi:
      ogni cosa che passa la commuove
      come debola vento un'acqua morta.

      Io son come uno specchio rassegnato
      che riflette ogni cosa per la via.
      In me stesso non guardo perché nulla
      vi troverei...

      E, venuta la sera, nel mio letto
      mi stendo lungo come in una bara.
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        Scritta da: Antonella Marotta
        Svegliandomi il mattino, a volte provo
        sì acuta ripugnanza a ritornare
        in vita, che di cuore farei patto
        in quell'istante stesso di morire.

        Il risveglio m'è allora un altro nascere;
        ché la mente lavata dall'oblio
        e ritornata vergine nel sonno
        s'affaccia all'esistenza curiosa.
        Ma tosto a lei l'esperienza emerge
        come terra scemando la marea.
        E così chiara allora le si scopre
        l'irragionevolezza della vita,
        che si rifiuta a vivere, vorrebbe
        ributtarsi nel limbo dal quale esce.

        Io sono in quel momento come chi
        si risvegli sull'orlo d'un burrone,
        e con le mani disperatamente
        d'arretrare si sforzi ma non possa.

        Come il burrone m'empie di terrore
        la disperata luce del mattino.
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          Scritta da: Antonella Marotta
          Adesso che placata è la lussuria
          sono rimasto con i sensi vuoti,
          neppur desideroso di morire.
          Ignoro se ci sia nel mondo ancora
          chi pensi a me e se mio padre viva.
          Evito di pensarci solamente.
          Chè ogni pensiero di dolore adesso
          mi sembrerebbe suscitato ad arte.
          Sento d'esser passato oltre qual limite
          nel qual si è tanto umani per soffrire,
          e che quel bene non m'è più dovuto,
          perché soffrire la colpa è un bene.

          Mi lascio accarezzare dalla brezza,
          illuminare dai fanali, spingere
          dalla gente che passa, incurioso
          come nave senz'ancora né vela
          che abbandona la sua carcassa all'onda.
          Ed aspetto così, senza pensiero
          e senza desiderio, che di nuovo
          per la vicenda eterna delle cose
          la volontà di vivere ritorni.
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