Settembre

Settembre rimette
in ordine ogni cosa:
il vestito della solita
che si sposa a giugno
il mugugno dell'emigrato
sullo Stretto.
Prelude sopore
ai gechi sui muretti,
Anneriti dalla caligine
dei tanti barbecue.
Scende in silenzio,
soffia sulle fiaccole
di amori e Frutti
e profilattici umilianti.
Settembre li raccatta mentre gusta
una frazione
iniqua d'anime fuggevoli.
Di più, bagnate mani dalle onde
divine se a coppe,
eremo dei nostri umori,
maschere di follia
che settembre stacca.
Perché non saprai mai
quanto è predatore:
mercante di fumo
e apostata di ghiaccio.
Guardo le mie mani
che il suo aratro solca
e i miei meati e le mie bambine,
randagie stelle,
conforto senza fine,
fuggite vie da un
firmamento d'ombre,
in un settembre che
riordina ogni cosa.
Antonio Sammaritano
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    Dovevamo

    Ti ho vista dalla vetta del dolore
    che ora posso darmi da me stesso.
    Ho visto la morente
    larva d'un amore
    dentro il tuo corpo
    diviso in due martìri.
    Non puoi più farmi male,
    solo io posso e sanguino di più.
    Dovevamo strapparci i petali,
    a suo tempo,
    e ben strette tenerci le corolle.
    Dovevamo evitare di sognarci;
    non ho dormito più per la paura
    che ne facessi baratti
    con penosi orgasmi.
    Dalla vetta
    del dolore, sanguinante,
    ti guardo su un colle
    mentre mangi avanzi
    d'un pasto che hai
    messo in formalina.
    Piango e t'ascolto come un'eco:
    "Dovevamo strapparci i petali,
    a suo tempo,
    e ben strette tenerci le corolle."
    Antonio Sammaritano
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      La fimmina

      China di virtù e di difetti
      la po' pigghiari pi lu versu giustu,
      si la vasata e li tò sacchetti
      sunnu comu un ritrattu a mezzu bustu.
      Sapi chi l'omu n'avi di bisognu
      pi amuri, pi lu pacchiu e sirvimentu
      ti strica li spaddri
      si ti fa lu bagnu
      e la notti, di la so vucca,
      duci lamentu.
      Po' esseri vecchia,
      mizzana o picciutteddra
      Ma c'è pocu da fari quannu è beddra.
      Curiusa ma ti runa lu so amuri,
      e spissu l'omu lassa la vasteddra.
      Ti porta n'ta stu munnu cu duluri
      e la sò minna, ti la metti m'ucca
      pì quantu t'è concessu di campari.
      La fimmina è chissa
      n'un si iapi vucca.
      Amu chi brilla s'un ci metti l'isca,
      chi s'iddra voli
      ti sputa e po' t'ammucca:
      ammatula curriri chi ti veni a pisca.
      Ma pi l'amuri, pì la sò devozioni,
      pì tornacuntu o chiddru chi s'ammisca,
      la trovi sula cu li tribolazioni.
      E niatri masculi cu la canna n'manu
      vulissimu piscari nà balena
      quannu chi semu pisci di tianu.
      Onesta o buttana: nuddru lu po' diri.
      Mancu lu preti trantu comu un sceccu
      chi cu la tonaca stessa
      si la disìa ficcari.
      E nuddru po' diri
      o si po' diri beccu,
      chì, comu di niatri,
      si voli arrassari
      pari a li nutrica
      chiancemu di duluri.
      Antonio Sammaritano
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        Tutti eravamo pinocchio

        Rigido ceppo, tocco dolce e aguzzino
        in magiche pareti umide e dolci,
        come ogni bambino nasce Pinocchio.
        Il tuo nasino, teste del candore per ogni bugia,
        Non ha curve perverse:
        sboccia e appassisce come un fiore,
        innocuo come bisce sulla gelata roccia.
        Tutti eravamo Pinocchio:
        marmocchi dall'identico nasino;
        gaudiose voci protese nell'incanto
        della semplicità di pane e noci.
        Quanti Pinocchio ora sono adulti
        a maneggiare ceppi e crearne ancora
        magari per offrirli a Mangiafuoco?
        Vedi quanti nasi sono atrofizzati
        Per non "ungere" con l'olio il testimone?
        Siamo dei ciechi gatti e claudicanti volpi
        Abbiamo ucciso anche la tua balena.
        Popoliamo miracolosi campi;
        fiamme per le morbide falene, calappi per "virgulti".
        Antonio Sammaritano
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          A mia moglie

          Quale lama può tagliare il filo,
          distorcere il tuo profilo,
          le locandine delle tue virtù
          che mi impediscono di dimenticarti?
          Le frasi di un amore tanto testardo
          pieno di cenci, di pedine mosse male
          di quello che non vale di ascoltare?
          Il mio non è codardo come chi mente.
          Guarda lo specchio:
          brulica la tua faccia
          d'insetti e di serpenti.
          Il secchio delle nostre anime
          gocciola da qualche parte
          ma ne raccoglierò le tracce,
          riponendole dopo averlo riparato.
          L'uomo che hai amato e tanto ami
          pagherà il debito insolente
          e andrà via.
          È il presente nascosto,
          non il passato;
          Come il dente caduto
          dà lacrime a un bimbo,
          un altro, saldo, prima o poi
          le asciuga;
          Non vado più a ritroso né più avanti.
          Solo i pezzenti svuotano le mano
          per riempirle ancora.
          Io solo di te le ho riempite
          Ti ho stretta forse troppo, e lo farei in eterno.
          Ora, nell'inverno delle tue follie,
          credi che sia l'opposto
          distruggere poesie
          alle libertà profuse
          o alle incerte vie.
          E le mie lacrime, di contro,
          per te gioiose
          Se tanto vuoi,
          scioglieranno la morsa:
          lunga appendice di monografie tediose.
          Libera nel vuoto, danza immotivata,
          melodia da tutti sconosciuta,
          dessert stantio, ultima portata
          nel prosaico del tutto
          e del tuo niente.
          Ladra saccente, brillante vanesia.
          La follia in un piacere folle:
          gli abiti che cingi
          chi potrà alterarli?
          Antonio Sammaritano
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