Poesie di Antonio Recanatini
Questo autore lo trovi anche in Frasi & Aforismi e in Racconti.
Tra l'arido e sontuoso trono
io mi sporgo e alzo l'indice
verso il tempo, verso il mondo.
Cerco brividi nei sogni e rallento
il mio passo verso quelle lacrime azzurre,
e ammirarmi nelle mie folgoranti fughe,
indolenti e oscene come le maree.
Guardarsi dentro ed impazzire
tra profezie e credo, solitudine e follia,
fingersi ancora cieco e chiudere il cuore.
Maledetta vita che nulla hai di eterno!
mi trapassi, mi percorri e mi logori
con la violenza di uragano.
Vola basso e avrai la vita eterna,
vola in alto e guarderai da vicino
i falchi, pensa: potresti seguirli.
Siedo ancora, dormo ancora.
Maledetta vita che nulla hai di eterno!
Che vigili attraverso il tempo e nutri
gioie e dolori, apatia e sconcerto,
follia e paura, non mantieni i patti.
Corri forte prima degli altri,
corri lento e fermati a guardare,
osserva quanti residui lasciano
le tue malefatte e le tue vittorie,
non ci saranno storie, ma opinioni.
Ancora, maledetta vita che nulla hai di eterno!
Soggiorni nelle mie stanze e m'insegui
mi trastulli come una dea bendata,
volti pagine lasciando rughe e pene.
Il mare va
Sali sul trono sorseggiando petali di momenti intensi
accompagnato da progetti e mille bisce che raccolgono
scarti dei tuoi sogni, e procedono adagio dietro te
per non perdere attimi intesi come unici ma ma... i
giocando per prima, mai un volo come protagonisti.
Il mare va e non si ferma e mentre la mia barca ondeggia
sfidando tempeste, rotolando nella sabbia bagnata,
mille donne che si affacciano a consolare ogni peccato,
massaggiando le mie fatiche raccogliendone i frutti.
Il mare porta con se i rumori del mattino nella luce.
Duro come un asse di cristallo e svenato come un lombrico
la mia strada che giunge sul divieto di entrata e uscita,
alla porta le mille bisce che dimenticano l'inutile;
poi provare a ricucire i mille buchi rimasti,
poi provare a curare i mille mali che perseguono.
Nessun rimpianto, nessuna vendetta,
nessuna paura perché il mare va e quantunque
la tempesta ti trascini l'importante è riprendere il timone
che sia volto a rientrare prima dell'alba.
Colpisci e fuggi
Ritorna nei posti dove eri,
ritorna nei resti del passato
ci sono migliaia di barbe incolte
ad aspettarti pronte all'azione.
Colpisci senza tregua, poi fuggi e
con gli avanzi di rabbia e polvere da sparo
istruisci i nascenti ad andare oltre.
Ritorna prima che invecchi il tempo,
ritorna a liberare gli onesti prigionieri,
è troppo spesso il muro di sospetti sul macabro
che avanza e intona cori da versare sui lutti.
Colpisci senza tregua, poi fuggi e
non perderti in spiegazioni futili per ignari e
passanti sul bordo, oltre la meta verso la vita.
Ritorna a generare il dissenso e
togliti i vestiti che non ti calzano affatto,
ritorna suonando alle porte dei borghi
saranno fin troppi ad essere pronti.
Colpisci senza tregua, poi fuggi e
agita in te quel cuore sconsiderato,
nessuna gentilezza per i poderosi dominanti.
Il meglio di me
Il meglio di me è quel respiro
che dedico avvolgendomi a te,
è... quell'immacolato ricordo
rude nell'animo, aspro in gola.
Il meglio di me è lo sguardo
sopra le righe, sopra i gigli,
è quella carcassa che trasporto, ormai
ridente, fumosa e, se volessi, celebre.
Il meglio di me è la paura
che mi opprime nel sentirmi inadatto,
è quell'ossessione impalpabile
di averti ora, sempre, da sempre.
Il meglio di me è quel brivido
che mi trapassa attraversando i tuoi occhi,
è l'insieme dei sogni da custodire,
da perseguire, da amare come amo te.
Il meglio di me è quella maschera da
infallibile, quasi inaffondabile per il nemico,
è quell'irascibile passato che mi tormenta,
mi percuote e mi rigenera per divenire re.
Il meglio di me è quella passione
soffocante e intoccabile che mi ammalia,
è il costante ballo nei risvolti della strada
tra anime sconsacrate, discepoli falliti.
Il copione sul palco
Un palco vuoto e la maschera a terra,
le luci spente ed un sogno finito,
riprendere ogni istante abbandonato
e ad occhi aperti mimare il tuo bacio.
Una nuova profezia da inseguire e
dentro il dolore che si infrange
sul mio stomaco, lasciando solo piaghe.
Bramare ed inseguire la tua corsa,
disinteressarmi a me per non morire.
Adoperarsi per mascherare ogni segno,
sentir pulsare il cuore come un'agonia
e quell'infame fine dopo l'ultimo applauso
segue qualche perduta, sfibrante smania.
Ricostruire senza la forza di alzarsi,
senza un suono da inventare
solo con il mio profumo di menta, e poi
ancora aridi deserti sparsi nell'orizzonte.
Ancora un ultimo saluto, meglio di no,
un degradante rifiuto per poter sbuffare.
All'impazzata percorrere strade conformi
disintegrando ogni desueto canto, poi
implorare la mia calma a tenere banco.
La luce non ritorna, il teatro ha finto
l'ultimo lamento e la platea è dentro
il letto, raccoglierò l'indegno copione.
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