Scritta da: Andrea De Candia

Dolomiti

Non monti, anime di monti sono
queste pallide guglie, irrigidite
in volontà d'ascesa. E noi strisciamo
sull'ignota fermezza: a palmo a palmo,
con l'arcuata tensione delle dita,
con la piatta aderenza delle membra,
guadagnammo la roccia; con la fame
dei predatori, issiamo sulla pietra
il nostro corpo molle; ebbri d'immenso,
inalberiamo sopra l'irta vetta
la nostra fragilità ardente. In basso,
la roccia dura piange. Dalle nere,
profonde crepe, cola un freddo pianto
di gocce chiare: e subito sparisce
sotto i massi franati. Ma, lì intorno,
un azzurro fiorire di miosotidi
tradisce l'umidore ed un remoto
lamento s'ode, ch'è come il singhiozzo
trattenuto, incessante, della terra.
Antonia Pozzi
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    Scritta da: Andrea De Candia

    Canto selvaggio

    Ho gridato di gioia, nel tramonto.
    Cercavo i ciclamini fra i rovai:
    ero salita ai piedi di una roccia
    gonfia e rugosa, rotta di cespugli.
    Sul prato crivellato di macigni,
    sul capo biondo delle margherite,
    sui miei capelli, sul mio collo nudo,
    dal cielo alto si sfaldava il vento.
    Ho gridato di gioia, nel discendere.
    Ho adorato la forza irta e selvaggia
    che fa le mie ginocchia avide al balzo;
    la forza ignota e vergine, che tende
    me come un arco nella corsa certa.
    Tutta la via sapeva di ciclami;
    i prati illanguidivano nell'ombra,
    frementi ancora di carezze d'oro.
    Lontano, in un triangolo di verde,
    il sole s'attardava. Avrei voluto
    scattare, in uno slancio, a quella luce;
    e sdraiarmi nel sole, e denudarmi,
    perché il morente dio s'abbeverasse
    del mio sangue. Poi restare, a notte,
    stesa nel prato, con le vene vuote:
    le stelle – a lapidare imbestialite
    la mia carne disseccata, morta.
    Antonia Pozzi
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      Scritta da: Andrea De Candia

      Lagrime

      Bambina, ho visto che stasera hai pianto,
      mentre la mamma tua sonava: pochi,
      per questo pianto, i tuoi quindici anni.
      So che forse noi siamo creature
      nate tutte da un'ansia eterna: il mare;
      e che la vita, quando fruga e strazia
      l'essere nostro, spreme dal profondo
      un po' del sale da cui fummo tratte.
      Ma non sono per te le salse lagrime.
      Lascia ch'io sola pianga, se qualcuno
      suona, in un canto, qualche nenia triste.
      La musica: una cosa fonda e trepida
      come una notte rorida di stelle,
      come l'anima sua. Lascia ch'io pianga.
      Perch'io non potrò mai avere – intendi?
      né le stelle, né lui.
      Antonia Pozzi
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        Scritta da: Andrea De Candia

        Pace

        Ascolta:
        come sono vicine le campane!
        Vedi: i pioppi, nel viale, si protendono
        per abbracciarne il suono. Ogni rintocco
        è una carezza fonda, un vellutato
        manto di pace, sceso dalla notte
        ad avvolger la casa e la mia vita.
        Ogni cosa, d'intorno, è grande e ombrosa
        come tutti i ricordi dell'infanzia.
        Dammi la mano: so quanto ha doluto,
        sotto i miei baci, la tua mano. Dammela.
        Questa sera non m'ardono le labbra.
        Camminiamo così: la strada è lunga.
        Leggo per un gran tratto nel futuro
        come sul foglio che mi sta dinnanzi:
        poi, la visione cade bruscamente
        nel buio dell'ignoto, come questa
        pagina bianca, che si rompe, netta,
        sul panno scuro della scrivania.
        Ma vieni: camminiamo: anche l'ignoto
        non mi spaventa, se ti son vicina.
        Tu mi fai buona e bianca come un bimbo
        che dice le preghiere e s'addormenta.
        Antonia Pozzi
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          Scritta da: Andrea De Candia

          Le mani sulle piaghe

          E quando tu te ne sarai andato,
          fratello, io seguirò la bianca strada
          ovattata di nebbia.
          L'acqua andrà remigando come un'ala
          languida e nera: giù dai vecchi muri,
          qualche grido di verde e di scarlatto,
          vite, edera, veccia.
          Tanto silenzio ci sarà, lì presso:
          un silenzio d'attesa.
          Allora farò lieve la mia voce,
          farò lievi i miei passi:
          m'inoltrerò nel luogo dei malati
          come il bimbo che entra in un suo sogno
          di paradiso, dove tutto è bianco.
          Non ci saran più volti, né capelli,
          né età, né nomi: ci sarà un candore
          infinito, vorace.
          Ma, dal candore, mille urli rossastri
          si leveranno: oh, mani
          livide, abbandonate sulle coltri;
          mani che vi portate come artigli
          sopra le piaghe aperte
          per difenderle a unghiate o per squarciarle;
          mani che avete in voi tutto il dolore
          e il mistero dell'essere;
          io farò lievi, un giorno, le mie mani
          sopra di voi. E là dove il silenzio
          è un'attesa di morte o di salvezza,
          il silenzio e la fede vestiranno
          la mia esistenza nuda.
          Fratello, io farò lieve il mio respiro,
          l'anima mia farò lieve e sicura
          sopra il gran male umano:
          dentro i labbri di tutte le ferite
          io stagnerò il tuo sangue,
          fra le ciglia di ognuno che si strazia
          asciugherò il tuo pianto.
          Antonia Pozzi
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