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Scritta da: Silvana Stremiz

Filo sottile

La mia fede
è un carico enorme
appeso a un filo sottile,
proprio come un ragno
appende i suoi piccoli a una tela fine,
proprio come dalla vite,
esile e rigida,
pendono grappoli
come occhi,
come molti angeli
danzano su una capocchia di spillo.

Dio non chiede troppo filo
per restare qui;
solo una venuzza
e sangue che vi scorra
e un po' d'amore.
Come qualcuno ha detto:
l'amore e la tosse
non si possono nascondere.
Neppure un colpetto di tosse
neppure un amore minimo.
Perciò se hai solo un filo sottile
a Dio non importa:
Lui te lo troverai tra le mani facilmente
proprio come una volta con dieci centesimi
ti potevi prendere una Coca.
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    Scritta da: Silvana Stremiz

    La Doppia Immagine

    A novembre compio trent'anni.
    Sei ancora piccola, hai solo tre anni.
    Guardiamo le foglie gialle, sono stremate,
    turbinano nella pioggia d'inverno,
    cadono e s'acquattano. Ed io ricordo
    i tre autunni che non hai passato qui.
    Hanno detto che mai ti avrei riavuto.
    Ti dico quel che mai saprai davvero:
    le congetture mediche
    che spiegano il cervello non saranno mai reali
    quanto queste foglie abbattute.

    Io, che ho tentato due volte d'ammazzarmi,
    ti avevo dato un nomignolo
    appena arrivata, nei mesi del piagnucolare;
    poi una febbre t'è rantolata in gola
    ed io mi muovevo come una pantomima
    attorno al tuo capino.
    Angeli brutti mi hanno parlato. La colpa,
    dicevano, era mia. Facevano gli spioni
    come streghe verdi versando nella testa la rovina
    come un rubinetto rotto;
    come se la rovina avesse allagato la pancia e sommerso la culla,
    un vecchio debito che dovevo accollarmi.

    La morte era più semplice di quanto credessi.
    Il giorno che la vita t'ha restituito sana e salva
    Ho lasciato le streghe rapire la mia anima in colpa.
    Ho finto d'esser morta
    finché uomini bianchi m'hanno spompato il veleno,
    m'hanno messo senza braccia e slavata
    nella manfrina di scatole parlanti e letti elettrici.
    Ridevo a vedermi messa ai ferri in quell'hotel.
    Oggi le foglie gialle
    sono stremate. Mi chiedi dove vanno.
    Ti dico che l'oggi ha creduto in se stesso, altrimenti cedeva.

    Oggi, piccina mia, Gioia,
    ama il tuo essere dove adesso vive.
    Non esiste un Dio speciale cui rivolgersi; o se c'è,
    allora perché t'ho fatto crescere altrove.
    Tu non riconoscevi la mia voce
    quando tornavo a casa a trovarti.
    Tutti i superlativi
    di alberi di Natale e vischi del futuro
    non ti aiuteranno a sapere le feste che hai perduto.
    Nel tempo che non amai me stessa
    venni in visita a te su marciapiedi spalati,
    mi tenevi per un guanto.
    Dopo questo fu di nuovo neve.

    2.

    Mi hanno spedito lettere con tue notizie
    e io cucivo mocassini che non avrei mai usato.
    Quando cominciai a sopportarmi
    andai a stare con la mamma. Troppo tardi,
    troppo tardi, dissero le streghe, per stare con la mamma.
    Non me ne sono andata.
    Ma un ritratto mi son fatto.

    Dal manicomio nel parziale ritorno
    venni alla casa di mia madre a Gloucester.
    Ed ecco come venni ad abbrancarla,
    ed ecco come venni a perderla.
    Mia madre disse, per il suicidio io non posso dar perdono.
    Non l'hai mai potuto.
    Ma un ritratto lei m'ha fatto.

    Ho vissuto da ospite rabbioso,
    parzialmente rammendata, bimba esorbitante.
    Ricordo che mia madre faceva del suo meglio.
    Mi portò a Boston per farmi cambiare il taglio.
    Sorridi come tua madre, disse il capocciante.
    Non mi pareva interessante.
    Ma un ritratto mi son fatto.

    C'era una chiesa là dove sono cresciuta,
    là in bianchi armadi fummo inchiavati
    come coro di marinai, o puritani, irreggimentati.
    Mio padre passava col piattino per la questua.
    Dissero le streghe, troppo tardi per esser perdonata.
    E non fui propriamente perdonata.
    Ma un ritratto m'hanno fatto.

    3.

    Quell'estate gettiti irrigui s'inarcavano
    a pioggia sull'erba rivierasca.
    Parlavamo di siccità
    mentre il prato corroso dal salmastro
    nuovamente raddolciva.
    Per passare il tempo falciavo l'erba
    e la mattina mi facevo fare il ritratto,
    fissando il sorriso nella formalità.
    Ti ho spedito il disegnino di un coniglio,
    e una cartolina col Motif number one
    come se fosse normale
    essere madre ed essersene andata.

    Hanno appeso il ritratto nella fredda luce
    del lato nord, che bene mi si addice,
    per farmi stare bene.
    Soltanto mia madre s'ammalò.
    Mi volse le spalle, come se la morte contagiasse,
    come se la morte si riflettesse,
    come se il mio morire l'avesse corrosa.
    Ad agosto avevi due anni, ma era dubbio il calcolo dei giorni.
    Il primo settembre mi guardò in faccia
    e mi disse che le avevo attaccato il cancro.
    Le mozzarono le colline dolci
    e ancora non avevo la risposta.

    4.

    Quell'inverno lei tornò
    parziale ritorno
    alla sterile suite
    di medici, nauseante
    crociera di raggi X,
    l'aritmetica delle cellule impazzita.
    Parziale intervento,
    braccio grasso, prognosi infausta,
    li ho sentiti dire.

    Durante le burrasche marine
    lei si fece fare il ritratto.
    Caverna di uno specchio,
    appeso al lato sud;
    una coppia di sorrisi, una copia di lineamenti.
    E tu mi assomigliavi sconosciuto
    viso mio, tu lo indossavi.
    Dopotutto eri mia.

    Ho svernato a Boston,
    sposa senza figli,
    niente di dolce da spartire,
    con le streghe a fianco.
    Ho perduto la tua infanzia,
    tentato un altro suicidio,
    subito il secondo hotel dei sigilli.
    M'hai fatto un Pesce d'Aprile.
    Abbiamo riso insieme, fu cosa buona.

    5.

    Per l'ultima volta m'hanno dimesso
    il primo maggio;
    laureata in casi mentali,
    con l'assenso dell'analista,
    un libro finito di versi,
    la macchina da scrivere e le borse.

    Quell'estate imparai a rimettere vita
    nelle mie sette stanze,
    andavo su barchette a cigno, al mercato,
    rispondevo al telefono,
    da brava moglie offrivo da bere,
    facevo l'amore fra crinoline e abbronzature d'agosto.

    E tu venivi ogni weekend. No, mento.
    Venivi di rado. Fingevo che c'eri
    bimba farfalla, porcellina
    guance di gelatina,
    tre anni di disobbedienza,
    ma splendida sconosciuta.

    E dovevo imparare
    perché volevo morire invece che amare,
    perché mi faceva male la tua innocenza,
    e perché accumulo le colpe
    come un giovane internista
    rivela i sintomi e la certa evidenza.

    Quel giorno d'ottobre che andammo a Gloucester
    le colline rosse mi ricordavano
    la pelliccia di volpe rossa sdrucita
    in cui giocavo da bambina,
    immobile come un orso, una tenda,
    una gran caverna che ride, pelliccia di volpe rossa.

    Oltrepassammo il vivaio dei pesci,
    il baracchino dove vendono l'esca,
    Pigeon Cove, lo Yacht Club,
    Squall Hill, verso la casa in attesa
    ancora, la casa sul mare.
    E due ritratti sono appesi su opposte pareti.

    6.

    Al lato nord il mio sorriso al suo posto è fissato,
    risalta nell'ombra il mio viso ossuto.
    Mentre posavo lì cosa avevo sognato
    tutta me negli occhi in attesa,
    il giovane viso, la zona del sorriso,
    trappola per volpi.

    Al lato sud il suo sorriso al suo posto è fissato,
    le guance vizze come orchidee appassite;
    mio specchio beffardo, mio amore spodestato,
    mia immagine prima. Mi occhieggia dal ritratto
    quella testa di morte impietrita
    che avevo sopraffatto.

    L'artista ci fissò alla svolta;
    si sorrideva inquadrate nelle tele
    prima di scegliere strade da prima separate.
    La pelliccia di volpe rossa doveva esser bruciata.
    Mi decompongo sulla parete
    come Dorian Grey.

    E questa fu caverna di uno specchio,
    una donna sdoppiata che si fissa
    come se il tempo l'avesse impietrita
    - due signore in terra d'ombra assise -
    Hai dato un bacio alla nonna,
    e lei ha pianto.

    7.

    Non potevo tenerti
    tranne il weekend. Ogni volta venivi
    stringendo il disegnino del coniglio
    che ti avevo spedito. Per l'ultima volta
    disfo i tuoi bagagli. Ci tocchiamo senza un contatto.
    La prima volta hai chiesto il mio nome.
    Ora rimani per sempre. Dimenticherò
    che sbalzavamo cozzandoci come marionette
    appese a fili. Non era l'amore
    ridursi al weekend.
    Ti sbucci le ginocchia, impari il mio nome,
    traballando sul marciapiede piangi e chiami.
    Mi chiami mamma e ricordo ancora mia madre,
    che altrove, nei dintorni di Boston, muore.

    Ricordo che ti chiamammo Gioia
    per poterti chiamare gioia.
    Arrivasti come un ospite imbarazzato
    allora, tutta fasciata umida meraviglia
    alla mia mammella pesante.
    Avevo bisogno di te. Non volevo un maschio,
    solo una femmina, un topino lattoso di bimba,
    da sempre amata, da sempre esuberante
    nella casa di se stessa. Ti chiamammo Gioia.
    Io, che non fui mai certa d'esser femmina,
    avevo bisogno di un'altra vita,
    di un'altra immagine per ricordarmi.
    E fu questa la mia più grave colpa;
    tu non potevi curarla o lenirla.
    Ti ho fatta per trovarmi.
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      Scritta da: Silvana Stremiz

      Notte stellata

      La città non esiste
      se non dove un albero dai capelli
      neri scivola via, come una donna
      annegata nel cielo caldo. Tace,
      la città. Bolle la notte, con dieci
      e una stella. Oh notte stellata,
      stellata notte! È così che voglio
      morire.

      Si muove. Sono tutti quanti vivi.
      Quando la luna rompe le catene
      arancioni che la legano e spruzza
      bambini dai suoi occhi, come un dio,
      il vecchio serpente, senza esser visto
      divora le stelle. Oh stellata notte,
      notte stellata! È così che voglio
      morire:

      in questa strisciante bestia notturna,
      risucchiata tutta dentro nel grande
      drago, separata
      dalla mia vita senza una bandiera,
      senza pancia
      né grido.
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        Scritta da: Silvana Stremiz

        In ascensore fino al cielo

        Come dicono i pompieri,
        non prendete mai camere oltre
        il quinto piano
        negli hotel di New York:
        ci sono scale che vanno piú su
        ma nessuno ci salirebbe.
        Come dice il "New York Times",
        l'ascensore cerca sempre da sé
        il piano in fiamme
        e si apre automaticamente
        e non si chiude piú.
        Sono questi gli avvisi
        che dovete dimenticare
        se volete uscire da voi stessi
        fino a catapultarvi in cielo.

        Sono andata spesso oltre
        il quinto piano
        salendo a manovella,
        ma solo una volta
        andai fino in cima.
        Sessantesimo piano:
        cigni e pianticelle piegàti
        verso la propria tomba.
        Duecentesimo piano:
        montagne con la pazienza di un gatto,
        il silenzio in scarpe da tennis.
        Cinquecentesimo piano:
        messaggi e lettere millenari,
        uccelli da bere,
        una cucina di nuvole.
        Seicentesimo piano:
        le stelle,
        scheletri in fiamme
        con le braccia che cantano.
        E una chiave,
        una chiave enorme,
        che apre qualcosa
        (qualche utile uscio)
        da qualche parte,
        lassú.
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          Scritta da: Silvana Stremiz

          Magia nera

          Una donna che scrive è troppo sensibile e sensuale,
          quali estasi e portenti!
          Come se mestrui bimbi ed isole
          non fossero abbastanza, come se iettatori e pettegoli
          e ortaggi non fossero abbastanza.
          Crede di poter prevedere gli astri.
          Nell'essenza una scrittrice è una spia.
          Amore mio, così io son ragazza.
          Un uomo che scrive è troppo colto e cerebrale,
          quali fatture e feticci!
          Come se erezioni congressi e merci
          non fossero abbastanza; come se macchine galeoni
          e guerre non fossero già abbastanza.
          Come un mobile usato costruisce un albero.
          Nell'essenza uno scrittore è un ladro.
          Amore mio, tu maschio sei così.
          Mai amando noi stessi,
          odiando anche le nostre scarpe, i nostri cappelli,
          ci amiamo preziosa, prezioso.
          Le nostre mani sono azzurre e gentili,
          gli occhi pieni di tremende confessioni.
          Ma quando ci sposiamo
          ci abbandoniamo ai figli, disgustati.
          Il cibo è troppo e nessuno è restato
          a mangiare l'estrosa abbondanza. "
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