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Scritta da: Anna De Santis

Il contadino

Scavi con fatica solchi,
curvo sull'arida terra,
sperando in dolci frutti.
Scavi e la tua pelle conta le stagioni.
Curvo, spiando i germogli
e sperando in un cielo benigno.
Ma solo acquazzoni,
che spazzano via i piccoli semi,
non li fanno attecchire,
e tu curvo e avvizzito
dal sole e da gelidi inverni,
continui a scavare... a sperare.
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    Scritta da: Anna De Santis

    A Maria Albina

    Aspettavo una telefonata,
    ricamando una M ed una A,
    così l'avrei chiamata, come la mia mamma,
    tanto ho aspettato, ed è arrivata.
    Una bambina dal viso paffutello, con riccioli scuri,
    da cullare, da coprire di baci, da strapazzar d'amore.
    Gli raccontavo tante favole, dondolandola sulle nuvole,
    sentivo forte dentro me, il bisogno di esser mamma,
    per dare pace al mio cuore.
    Ho dipinto di rosa le pareti,
    e quante bambole, quanti orsetti ho appesi,
    tutto per dare sfogo alla mia voglia di sentimi donna,
    appagata da un suo semplice sorriso, amata.
    Quanti pizzicotti su quel viso,
    come era dolce addormentarmi a lei vicino,
    quando poi mi chiamava: mamma voglio solo un bacino.
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      Scritta da: Anna De Santis

      La vecchia

      Immobile, seduta su una pietra,
      dinanzi a diroccate mura,
      avea lo sguardo perso,
      di chi aspetta invano.
      Un fazzoletto nero, le incorniciava il viso,
      le mani incrociate in seno
      sulla lunga gonna,
      sgranava il rosario e pregava.
      Più nessuno la notava,
      la vecchia, sotto un pergolato d'uva,
      cresciuto con lei, stava.
      Nelle crepe del muro,
      profonde come le sue rughe, ora,
      radici d'edera avevano trovato dimora,
      lei continuava ad aspettare,
      con gli occhi persi e stanchi,
      continuava a pregare.
      È andata via,
      con la speranza di veder tornare...
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        Scritta da: Anna De Santis

        Cassino antica

        Chi se ricorda la Cassino antica?
        Scennevano da Rocca, case a valle,
        era un presepio in mezzo a quer ber verde,
        un giardino de tanti anni fà.
        Parchi e palazzi, Chiese e piazze,
        vecchi terrazzi pe poté parlà.
        Montecassino ce guardava, lucente ar primo sole,
        l'acqua, ricchezza de tutta la gente,
        sgorgava dar monte, na vecchia sorgente.
        Pulita brillante, zampillo potente,
        co forza incontrava er Gari più in là.
        Co tutta quell'acqua che usciva giuliva,
        der Tevere memori, potevamo rifà.
        Ma co gli interessi dei vari padroni,
        dei vari terreni,
        nascosta hanno l'acqua, deviata, sparita,
        nun se sa che via ha potuto da fà.
        Dappertutto case, dove nun se poteva
        e anco sull'acqua che più nu scenneva.
        Cassino distrutta...?
        ma da quale guera, quella dell'omini
        che l'hanno rifatta co tutta sta fretta
        pe se sistemà.
        Ce hanno riconsegnato na brutta impressione,
        che gran confusione e quanto cemento,
        l'acqua nun score, senza terrazze
        nun c'è più occasione pe poté parlà.
        Comme se stava bene prima, tra le vecchie comari,
        mo, so sti quattro compari a volè comannà.
        Povera città!
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