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Bisogna pure

Poi che come pungente spira
il dolore rampicante si attorciglia
con le sue fitte chiome di pianto,
bisogna pure che di me stesso mi riappropri, che a picco coli
l'agguerrito vascello di tristezze
che corsaro scorribanda
lungo sguarnite coste di speranze
che la ciurma di malinconia,
che mi assalta,
arretri oltre la frontiera del cuore
che smantelli gli avamposti
da cui dietro spinosi arbusti,
trattenendo il respiro, udii
trasportate dal vento
le tristezze della mia vita.
La pena di essere
che viva sento e soffro
come aratro va viene torna
scava solchi profondi,
il vomere affonda tra le radici
e le arse zolle del cuore
né il corpo lascia senza memoria!
Nei suoi solchi ho visto
il mio sangue tremebondo
nutrire chiazze di gramigna
immissario fluire
in pozze di melmosi giorni!
Domani o altro giorno che sia,
bisogna pure
che la luce di una nuova alba
a cangiare venga i foschi
colori della pena d'essere,
che un riflesso di cristalli
pure ritorni a illuminare
un volto impallidito
con un gorgoglio di fiamme.
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    Salute a te o vento.

    Salute a te o vento
    armonia vagabonda di mormorii,
    musicale voce lamentatrice
    che vieni da lontano e animo ridai
    a moribonda aria!
    Hai mugghiato tra i portici,
    trasportato polline, agitato
    ciuffi di canne, spettinato chiome
    e salici, attraversato contrade,
    scompigliato mucchi di sabbia,
    corrugato il ponto,
    soffiato su lapidi e vivi!
    Ora raccogli le tue forze,
    trova un varco nel mio cuore,
    increspa l'acqua stagna del mio lago,
    insuffla un alito da i vetri infranti
    della finestra delle mie speranze!
    È lontano ma non obliato il ricordo
    di quando, aspettandoti con ansia,
    liberavo nel cielo aquiloni colorati
    o sfidandoti, disarmato di abiti,
    nei tuoi momenti di veemenza
    imperterrito ti venivo incontro!
    Altri venti ho incontrato, altri soffi,
    hanno scosso gli arrugginiti
    cardini della porta dei miei anni,
    altri petali ho visto strappare
    al bocciolo prima che fiorisse
    pendie e secche foglie mulinare
    tra turbini di sogni;
    altri perduti giorni ho visto
    stramazzare, senza luce.
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      Thànatos

      Thànatos,
      insopportabile vita
      disfatto mi trascina
      per giorni cupi e tristi
      deportandomi
      in funerei pensieri
      ove consunta anima,
      smarrita si aggira
      te invocando
      che, impietosa, ti attardi
      e più acerba e lunga
      fai la pena mia!
      Sono qui Thànatos,
      prendimi per mano
      e conducimi sulla strada
      da cui viene e va ogni
      vivente cosa! Oltre
      non indugiare! Non indurmi
      stanco... a venirti incontro!
      Liberami da questo fardello
      di uman dolore che misera
      fa la vita quando null'altro
      avanza se non malinconia
      che, pungente abbracciando,
      trafigge l'inconsistente guscio
      a strenua difesa opposto
      contro mortali insidie!
      Sai... fui vivo un tempo:
      gladio impugnai
      nella cruente arena
      di ideali battaglie!
      Sentii i possenti fremiti
      che scuotono il cuore
      e fanno grande l'occhio
      con cui penetri le cose
      cercando amor di vita!
      Tra tramonti ed albe,
      il cielo e le stelle scrutai
      nelle mia lunga notte
      ma non scorsi che ombre!
      Cuori, muti e sordi, interrogai
      nel solitario mio tragitto
      e fu sempre silenzio!
      Poi che il vano essere
      incontrai e mi avvidi
      che tutto muta e solo
      acuto dolor resta,
      tra metamorfosi avvilenti
      si spense ogni altra fiamma!
      Per atavico gioco di istinti
      in un abbandono di sensi
      a caso venuto al mondo,
      subii l'assurda sorte
      che la vita impone
      e al giogo del vortice
      poi l'abbandona!
      Ilota di me stesso
      al canuto traghettatore
      pagherò il riscatto
      per tornar presto
      su agognata riva
      avocando una libertà
      che negata è in vita!
      Altro non spero Thànatos!
      Conducimi Lì dove
      forse mi aspettano,
      riportami all'arcano lido
      da cui per il Quaggiù
      senza volerlo salpai.
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        Taci stupido orgoglio

        Taci stupido orgoglio
        smorza l'insorta rancura
        che deluso come fuoco mi brucia!
        Inviperito non sospingermi
        abbuiato sull'orlo del pendio
        che scoscende fino alla fossa:
        abboniscimi, giungere là non voglio
        così infangarmi non posso...
        Pur se amor in petto infuria
        ma nulla lo cura o la carezza
        di una mano lo sfiora, ancora
        zitto zitto nell'ombra restiamo
        e facciamo finta di niente.
        Impietoso non ricordarmi
        che offrir volevo in dono
        a chi non sapeva che farsene
        l'oro colato dai miei sospiri.
        Luce non può raccogliere
        chi ha già occhi chiusi
        fragore di cuore non scuote il sordo:
        sasso egli resta agli scoppi di spolette
        d'amore tutto assorto nel suo torpore!
        Ah cuore, cuore immiserito
        come ieri non te ne sei accorto!
        Randeggiare, non approdare
        questo ci poteva essere concesso...
        quando avvistammo l'isola dei sogni!
        Dopo affondo per vortici d'assenza
        ora puro marame ogni riva ci respinge;
        sull'animo da inganno fatto diaspro
        un soffiar di giorni cosparge le spente
        ceneri di un ultimo ceppo di illusioni!
        Taci, taci impennato orgoglio
        attizzato e indignato non insorgere
        non inveire contro l'Invisibile
        o chiunque altro umano fariseo
        che appostato nel silenzio ci derida!
        Andiamo, proseguiamo pure...
        spogliati di miraggi e di speranze
        continuiamo il gravoso viaggio.
        Dalla prigionia del corpo
        sforziamo un sorriso;
        finti vivi e maschera, affettiamo
        un cordiale gesto di saluto
        rivolti al passante ignaro
        che incontreremo domani;
        a chi estraneo, al cuore
        mai appuntamento potrà dare.
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          Poiché si dice

          Poiché si dice
          che tutto venga dal mare
          e ognuno sempre torna dove è nato,
          taglia gli ormeggi
          e scosta cuore timoniere!
          Sotto voce abbandoniamo
          questo attracco di malinconie,
          via da questa terra ferma
          ricoperta di secce aride
          or che alta è la marea!
          Addio terra ferma,
          coste di tenebre
          montagne d'angoscia
          dinieghi di germogli
          acque morte
          mattatoio di sogni!
          Mare, primigenio nascere,
          se rigenerato ti solco
          mostrami i tuoi confini,
          dal vento mi giunga
          un soave eco qual ammalio
          di mitiche sirene;
          riflesso dal tuo specchio
          riappaia il biavo firmamento!
          Cuore, raccogli la bottiglia
          entro cui è scritto il tuo destino:
          pompa il mio sangue nelle vene
          al par di un rabido vortichio
          che s'avventi e speroni rocce,
          cavalca questi flussi,
          danza su queste crespe:
          tra le schiume e i fiocchi
          di neve degli spruzzi
          ritrova la felicità del sughero
          che sui marezzi fluttua!
          Abbacinato da scotoma
          scintillante, al risveglio
          di una luce mattutina,
          non ti smarrire:
          bussola e timone riprendi
          segui tra apriche volte
          la scia di raggi dorati
          naviga allo zenit e non voltarti!
          Procellarie, portatemi
          lontano dalle burrasche.
          Guidate la mia prima rotta
          diretta al sereno di altri giorni!
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