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Ricordando Pavese

Del difficile mestiere di vivere
come te, poco e male appresi:
spezzare il cerchio della solitudine
oltre l'ozio guardare la luna e i falò
appieno comunicare con gli altri
scovare una fida compagna
foggiare amore e illusioni
emergere da un torbido domani
precluse attività io le riconobbi:
goffo, tutto mal intesi negli anni.
Tu forse più di me sapesti
che se ben interiorizzati e seguiti
(assecondandone il ritmo)
soffrire diventa meno caro
e l'esistere si fa desiderio continuo
che vuoi appieno godere.
All'alba, all'invito degli eventi
sorridendo al sole che ti guarda
ti persuadi ad andare per il mondo:
un viluppo poi segue volubile
frana si sfrangia e smentisce
quanto strepitante avevi creduto.
Se vieni ai ferri corti con la vita
bisogna che raschi con perizia
la pruina delle illusorie apparenze
per trovare un senso a quanto ti accade
e metterne in luce la vera sostanza:
il significato supertemporale
il rinveniente che non si racconta
il pathos sgusciante che non si descrive
l'esaustivo che giustifichi e plachi
una vita febbrile scondita e rapinosa.
Ammettiamolo pure senza sforzo:
bisogna ben conservare la speranza
e attizzare l'abitudine di illudersi
non irrigidire l'elasticità istintiva
se vogliamo con gusto sopravvivere
se non vogliamo già stenderci
stanchi, consapevoli e più lucidi,
nella fossa tombale del nulla.
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    Da che respirai a pieni polmoni

    Da che respirai a pieni polmoni fragranze di rose
    quanti sono gli anni passati,
    quanti petali e ciuffi
    poi il vento ha strappato
    al petto e al crine di giovanili speranze portandoli via!
    Tra sassi e streppeti, stanche membra,
    aggirandosi tra ricordi, vitali tremiti
    cercano in una sterile ascesa
    di duri e infittiti silenzi.
    Solo un cigolio di anni, di tanto in tanto,
    stridulo ancora risuona
    lungo una solitaria strada senza ritorno,
    solo malinconie indelebili
    come scarabocchi imbrattano
    le nivee pagine dell'anima mia!
    Non basta, non basta la speranza
    a ricomporre quanto il tempo disfa
    con le sue nefande devastazioni ricorrenti!
    Non può la cenere ritornare ceppo
    e il ceppo tronco, non può il fiore avvizzito
    espandere la corolla se gli stami
    non smettono l'incessante morire!
    Tutto è uno scendere infinito senza salire.
    Senza riposo, polvere, traspirata dal tempo,
    sulle cose si addensa e, ne sommerge l'essenza.
    Cristalline trasparenze offuscate
    cedono il passo ad obliqui profili
    dalle oscure movenze!
    E mentre perdute presenze
    salpano per sempre per mete d'oblio
    tra tristezze nuove e antiche, il cuore
    afflitto si mostra sciogliendosi in pianto
    in uno sfioro d'angoscia.
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      È un nuovo giorno, albeggia

      È un nuovo giorno, albeggia.
      Strisce di luci tenui emerse dall'orizzonte
      annunciano e dischiudono un nuovo giorno.
      Adagio, dai pendii, migrano nebbie mattutine;
      i suoi giri perpetua la ruota degli eventi
      senza posa. Su erbe intirizzite da brine,
      calano e poi d'improvviso si involano
      gazze e passeracei solitari;
      di tanto in tanto, chissà da quale punto,
      giunge un impeto di vento e si allontana,
      si tinge l'azzurro di colori prediletti e rari.
      Lontano dai ritmi imposti dalla città operosa,
      con occhio gaio, in una radura di molli zolle,
      già bivacco con i miei pensieri.
      Non un blando brusio, non un fruscìo
      corrompe la solennità del silenzio che dilaga;
      spettatore resto di una quiete inusitata.
      Ah il ricomporsi della semplicità delle cose,
      il sollievo dell'orecchio dagli insulti rumorosi,
      le fragranze dei profumi campestri, la quiete
      dell'aria pura che altro respiro al petto dona!
      Lieto sono di essere presto fuggito
      dall'insolente erompere dell'aspro rullare
      di umani strombettii scordati,
      dall'invivibilità dei chiusi recinti di case,
      dal timore di essere pressato
      malamente da calca umana.
      Starsene soli ogni tanto, riscoprire
      un senso di vita smarrito,
      affrancarsi da un sottile e celato affanno
      che opprime il cuore, udire chiaro e secco
      il richiamo misterioso dell'immanenza,
      fermarsi per un poco su una piazzola
      del ripido pendio della vita e ammirare
      la terra e il cielo prima che un moto
      ineluttabile mi precipiti senza avviso,
      codesto tante volte
      è baluginato tra le mie brame.
      È solo nei brevi momenti
      in cui ci riappropriamo di noi stessi
      che avvertiamo l'infinito perdurare di un attimo,
      che spezziamo i reticolati dei nostri confinamenti
      e corriamo, corriamo tra distese di emozioni
      con una dolcezza e un tepore nel petto
      dimentichi di essere... atomi volatili del vivente!
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        Nello spietato specchio

        Nello spietato specchio,
        ogni mattina, da anni
        come bolli sul passaporto
        dei miei viaggi per la vita
        rughe fanno mostra
        ricordandomi
        che vivere è fatica
        che non c'è pace
        né tregua nell'esser vivi!
        Invisibili lacrime
        segrete a me stesso
        disperate scorrono mute
        per solchi d'anima
        nello strazio vivo
        di un pesante momento
        di verità spesso fuggito.
        Ancora, per altri giorni,
        in uno slancio stremato,
        affannato correrò per la vita
        agonizzando ad ogni passo
        dietro tramortiti sogni
        rimpianti e ingialliti.
        Continuerà il tumulto
        che stagna nelle radici
        sommerse dell'acre speranza
        che al niente conduce!
        La sera poi verrà
        e come in un assaggio
        di morte le sue ombre
        mi correranno incontro
        s'aprirà l'altra porta
        di un oscuro ingresso!
        Perdendomi in quel buio
        che si para innanzi
        svanirò in un infinito
        e disabitato silenzio.
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          Spesso e a lungo

          Spesso e a lungo,
          con vecchi e giovani ho conversato:
          le iperboliche scorribande
          di un pensiero inquieto e inappagato
          per un po', loro malgrado, hanno seguito.
          Sorretti da certezze, stabilizzati e ancorati,
          ad un dubbio non hanno oscillato,
          paventato un possibile sospetto
          all'insinuarsi che qualcosa pur non tiene
          hanno scartato l'idea
          che una bolla d'aria teme gli abbracci
          degli uomini senza dei o demoni
          e che mai poi arriveremo nel mezzo
          di una verità in cui si veda chiaro.
          Nessuna sorpresa, c'era da aspettarselo:
          non si differisce da ciò che si è,
          come paratie ermeticamente chiuse
          le convinzioni, tengono!
          Dopotutto, insidiare una mente
          per minare una radicata sicumera
          da tempo accreditata,
          agitare il frullino nella testa
          di un altro e costringerlo
          a domandarsi della vita
          non è buona cosa, né aggrada.
          Se si scuote dal sonno un acquario
          le turbolenze intorpidiscono
          ciò che è limpido
          e noi, vogliamo sempre vedere chiaro;
          godere la dolce ignoranza
          che ci fa felici, tenere a bada
          il fioretto invisibile che ci trapassa.
          E così tutto accade
          perché siffatto deve accadere;
          la ricognizione sulle cause
          del perché del nostro stare al mondo
          la si lascia ai pazzi o ai singolari,
          il tempo non impegnato,
          edace, è contingentato e...
          ben altro abbiamo da fare!
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