Congedo dalle Muse

Abbandonatemi Muse, figlie di Zeus e Mnemosine,
miti solari, confortevoli e ispiratrici compagne
dei miei momenti alati... è tempo che mi lasciate!
Questo poetare, scialbo triste e inutile, portatevi via,
a me stesso abbandonatemi e, dimenticate le pene
incurabili che rimangono nel cuore mio!
Lasciate che altri, più lieti, vi festeggino;
affrettatevi all'appuntamento che sognarono
i vivi che attendono desiderosi di baciarvi.
Andate e non impedite che assomigli alla mia vita
disperata e desiderosa di morire!
Ho curato per molto tempo e invano
uno svuotamento ineluttabile e or l'occhio deluso
che fruga il nulla che mi avanza, più non si ostina
a ripetermi come una volta che bella è la vita!
Rinnegatemi e fuggite via, alle spalle lasciatevi
questa ingratitudine che non si intende:
mutato sono io in fitta nebbia tra scure nubi!
Mi sballotteranno come raffiche volubili
caduche illusioni tra insopportabili giorni,
oscillerò tra angosce e natii abbrutimenti
nell'ora che torpe e con tedi stringe
ma, preserverò, amato e illibato,
il vostro ricordo nel cuore solo!
Ah questo impennarsi inaspettato
della voglia di vivere, l'essere disarcionato
da rovelli e cadere pesante su cespi di ortiche!
Vorrei dimenticare il corpo che è sempre con noi
e ci rammenta il nostro destino, arrestare il corso
delle acque sorgive di una sotterranea tristezza
che non defluisce e sovente straripa!
Per anni, da voliera ideale, ad una ad una son fuggite
tutte le pennute aspirazioni, e voi... ne avete saputo!
Or solo una esigua speranza che non so accrescere
potrebbe scongiurare domani che il mio mesto viaggio
termini in una gabbia disseminata di orrori!
Addio, mie dolcissime e immeritate
confidenti che imbellettaste il cuore,
ad altri mai... raccontate dell'animo mio!
Angelo Michele Cozza
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    A mia madre

    Il portavoce dell'Inconoscibile
    Madre perduta, non ci pensò
    poi più di tanto ad annunciare
    che il filo della tua vita
    di lì a poco sarebbe stato reciso.
    Il Tempo, dissolutore impietoso,
    in più circostanze e a voce alta
    tante volte ce lo aveva rammentato.
    E così, all'albeggiare di un oscuro senso
    Atropo, destata da un tuo gemito,
    affilate forbici brandite
    muta eseguì il suo ufficio!
    Imperterriti, sospinti dall'ineluttabile,
    scaraventato fu ognuno nel suo vortice:
    tu in quello dei morti, io in quello dei vivi.
    Dall'atro fondo, ove bocca sigillata
    non rilascia parole e un vello nero
    occhi immoti per sempre adombra,
    ora e sempre pur mi edifichi un appiglio
    perché lungimiranza io riguardi
    e da un tenue barlume scoccato
    altro respiro riacciuffi il cuore.
    Madre, tu non mi parli, non puoi
    eppure odo la tua lesa voce che dice:
    - Il peggio è passato, ora dormo
    di un sonno profondo, tranquillati
    nessuno potrà ricacciarmi indietro;
    ritrova la tua pace, non dirupare
    veglia sul lucignolo del ricordo:
    non si spenga! Alla sua luce
    ingigantito ancora luccicherà
    il mio affetto, io non ti ho lasciato:
    come potrei? Toccami, non vedi
    che accanto gia ti sono...
    Si madre! Altra e più alta gioia
    non mi potevi dare!
    Angelo Michele Cozza
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      Amico mio

      Amico mio, si te secuteano
      e t'arrepassano 'e speranze
      si se mpizzano dint"o core
      apre buono l'uocchie e ausuleja:
      fatti cauto, nun è piglià p'overo
      aspietto, nun credere
      a tutto chello ca te diceno!
      Fauze, 'e chiacchiere loro
      na refula 'e sperde e s"e carrea!
      Miraculo dint"a sta vita
      nun ce ne stanno,
      dimane nun esiste ca dint"a fantasia:
      si nun si affurtunato
      accuntienteto e chello ca t'attocca
      e fatto passà, ogni vulio!
      Vide a me!
      Na vota, ì credenno a loro,
      vulevo accucchià quaccosa
      dint'a sta vita ca nun sape 'e niente,
      l'uocchie comm'o Sole me redevano
      strarefatto 'a gente me guardavo
      mille cartuscelle culurate
      svulavano sulla mia marcia trionfale.
      Tutto fummo, na truccatura,
      nu male suonno patuto
      per n'abbuffata 'e mprusatura!
      Mbrugliato comme me sentetto
      era matino e se facette notte
      da chiaro... passaje a nu scuro cupo.
      Angelo Michele Cozza
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        Affacciati dalla veranda

        Affacciati dalla veranda
        e vuoti volgi gli occhi
        verso l'alto; a destra
        un monte c'è di fronte
        segui il crinale e prosegui
        lungo il profilo della cima
        ne emergerà un bassorilievo.
        Antropomorfo immaginato
        quel rilievo è come un corpo
        addormentato nella morte
        effige con man conserte
        coperte e raccolte sul petto.
        Non è forse metaforica
        bara a cielo aperto di un uomo?
        Disceso nelle tenebre
        né il lume della luna
        né della diurna luce
        i suoi occhi spenti
        potranno più guardare.
        Alla pioggia, al sole
        al vento giace per sempre
        un fulmine di amor negato
        ne carbonizzò la vita
        all'annerirsi di un giorno.
        Ad esso ancora guarda
        ma sorda non parlare:
        all'eco della tua voce
        affanno d'amore vivrebbe
        carezze e vita chiederebbe
        e battere rivorrebbe un cuore.
        Da quel profilo traine
        uno schizzo e stampalo
        sull'ultima pagina del libro
        in cui racconti la tua storia
        ma non editarla nella collana
        dei sentimenti e dell'amore,
        i posteri che in alto vorrebbero volare
        non vi troverebbero insegnamenti alati.
        Guarda dopo altrove, voltati
        al tuo passato e al tuo avvenire
        ritorna dove ti getta il nulla
        tra le minutaglie giornaliere
        alla clausura dei tuoi pensieri:
        senza amore ogni altro sguardo
        insulto risuonerebbe a quel morto
        tacitato ma con cuore loquace.
        Angelo Michele Cozza
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          Cosa dovrò escogitate perché tu mi oda

          Cosa dovrò escogitare
          perché tu mi oda e un eco
          riporti suadente una tua parola
          or che folate di silenzio
          asolano e spazzano
          mucchi di speranze,
          se arrivare fino a te,
          abbandonare il mio carico
          di tristezze è il solo prodigio
          che possa mutare la rotta
          del mio ramingo viaggio?
          Abbattuto
          è l'albero maestro del mio naviglio
          e da una falla l'acqua che vi penetra
          copiosa affoga improvvida ogni illusione!
          Come edera mi arrampico
          al tronco della vita ma è dubbio
          se ne vedrò mai la falba chioma;
          come spighe
          che vogliono essere colte
          e divenir pane resisto ai colpi di vento,
          erba arsa nel polveroso prato,
          aspetto carezze di notturne rugiade.
          Ma non senti come galoppa
          fino a stramazzare il cuore?
          Corsiero a spron battuto,
          quante volte inciampò tra rovi,
          nitrì e emise lamenti e grida d'aiuto;
          rivolti gli occhi al cielo,
          scrutando ogni stella remota
          abbracciò l'infinito e disse:
          perché solo sono io?
          Come incupisce l'ora
          e fardello si fa il tempo
          se alle finestre a cui guardi
          ogni lampada è spenta,
          se l'anima vano chiede a un domani
          di mutare pelle, se attesa d'amor
          un tremito non ti riporta
          quando vuoto e stanco
          vibranti sfide lanci all'infinito!
          Demenza di gioia e di dolore
          non si placa a poco a poco;
          come arsura tra i solchi perdura,
          radici assecca, per mano invisibile
          lento muori di un male oscuro!
          Attraversando il mondo,
          illuso che amor esista
          per te, per gli altri
          ed ogni altra cosa che viva,
          vorresti bussare alla prima porta
          e farti aprire, spartire
          le poche cose che con te porti
          raccontarti e sapere...
          Ma poi pensi: meglio è se altri
          non inorridiscano alla vista
          di frammenti e sfilacci
          d'anima sventolati tra scuri giorni.
          Lasciamoci pure costringere
          dalle spire del vuoto se non siamo niente,
          zavorrati dai nostri mali, capo in giù
          affondiamo negli abissi del vuoto
          relitti senza storie e senza nome,
          spettri di noi stessi nella notte cupa.
          Angelo Michele Cozza
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