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Il pappagallo Cacatua

Presagivo una giornata strampalata;
vento e pioggia entrarono all'alba,
fuori, un tormentato movimento nei capelli,
larghe lacrime sul viso,
eppur dovevo andare e, andai.
Alzai lo sguardo: nuvole muscolose,
arrangiate ad arte, spopolavano.
M'inchinai a raccogliere le chiavi,
mi sfuggirono di nuovo, saltando.
Scappai, imbroccando un sasso,
la fretta sfrecciò ostile in ogni direzione,
costrinsi il tempo ad un ritmo personale.

Finalmente la tregua: dovevo mangiare!.

Scalai con l'auto un ponte,
poi scesi il pendio,
srotolai vicino ad una faggeta di alta e robusta quiete.
A ridosso delle quattordici, arrivai.
Un'amica m'aspettava dietro ai fornelli,
e con lei, il suo pappagallo Cacatua.
Mi scrutò con la cresta dritta, spiumandosi,
squarciando l'aria con un verso infame,
lasciando al trespolo una piuma bianca.
"Sei troppo dura con lui, non vedi che soffre?, fagli una coccola, sii buona!".
"Dopo mangiato, risposi franca, ora ho lo stomaco in rivolta, sono proprio storta".
Ma, nel mentre, mi svolazzò sulla spalla,
in un soffio mi beccò l'orecchio: un male maledetto!.
Inviperita, sbottai verso il pennuto,
sbattuto in petto alla mia amica che,
lo salvò brandendo la forchetta:
"Guai se lo tocchi cattiva che non sei altro!".
Composta sabato 2 ottobre 2004
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