Tempo da perdere per pensare

Ho bisogno di una casa
dove da dentro
attraverso i vetri
vedo un fuori che piove
e che mi bagna i capelli,
e mi bagna le lacrime
per diluirle,
farle scendere più in fretta,
sparire
con i dolori
in un bicchiere di vino di sabbia.
E voglio un fuoco
che accechi chi lo guarda cattivo
ma riscaldi il mio cuore
imperfetto e lontano,
assente.
Voglio una guerra
ma solo nel giorno che se ne festeggia la fine
e si contano i morti.
Nessuno.
Una guerra per burla.
E voglio un giorno speciale
ma non lo voglio in futuro
lo vorrei oggi
e su questo non scherzo
perché non ho molto tempo.
Ma mi scuote un risveglio,
un ceffone ben dato.
Capisco che l'ora di sogno è fnita.
Straccio i miei - voglio -
ed il mio - ho bisogno-
e torno ad alzare le braccia,
in fila con gli altri,
il ritorno alla cella del padiglione realtà
del mio carcere a vita.
Alexandre Cuissardes
Composta lunedì 6 maggio 2013
Vota la poesia: Commenta

    Una lucida confusione

    C'è in palio un premio
    all'ennesimo concorso con le parole scritte in piccolo.
    È una lente d'ingrandimento
    per leggere le parole in piccolo,
    o in alternativa
    un corso per imparare a leggere le parole in piccolo.
    Mentre aspetti i risultati
    ti arriva in tavola
    una nuova foto
    con due attori e un tradimento,
    ricco dessert di un misero pasto di fatti banali.
    Ma intanto è questo,
    fino alle storie di stasera.
    Menù più ricco,
    c'è il calciatore con l'attrice,
    il cantante predicante,
    c'è chi presenta chi si è presentato
    per raccontare la sua leggenda,
    quello che si è convinto d'essere.
    E già conosci la colazione di domani
    fatta da chi discute davanti alla legge
    che si è spostata dai tribunali
    e si è dispersa in mille canali
    fra creme
    saponi
    e dolci biscotti,
    cibo per cani
    e marche di lusso per ragazzotti
    che ridono forte con i denti bianchi,
    e succhi di frutta
    che si parano davanti.
    Ma intanto ci chiede attenzione
    una pagina a caso.
    Ci vuol far sapere
    che c'è stato un morto,
    qualcuno malato
    di un male africano
    contratto durante i suoi sogni notturni
    fatti di viaggi lontani.
    Così impara
    a non sognare italiano.
    E intanto la mano
    di chi fa quel mestiere
    ha già reso libero un posto
    sul pallottoliere.
    Ha già spostato
    quell'"uno" al settore "nessuno".
    Ma adesso guardiamo
    nella pagina apposta
    se c'è o no la notizia
    che da tanto aspettiamo.
    L'invenzione annunciata,
    la più attesa di tutte.
    I programmi tivù
    iniettati per via endovenosa,
    tutti in libera vendita
    anche senza ricetta.
    Il parlamento è in fermento,
    c'è chi già urla allo scandalo,
    all'ennesimo scandalo.
    Il conflitto d'interessi
    dell'immortale potente
    ha sconfitto di nuovo
    il conflitto di disinteresse
    dell'eterno perdente.
    Ma già un nuovo partito
    si propone a chi ancora ha il porto di scheda
    ed esercita a pieno il diritto di voto,
    cioè sperare a vuoto.
    La promessa è allettante
    anche se originale
    ed un po' stravagante.
    Hanno già assicurato
    che il domani migliore,
    è il domani passato,
    qui nessuno ha capito.
    ma in cambio del voto
    sono pronti a pagare.
    Ed già in molti han capito
    ciò che devono fare.
    Alexandre Cuissardes
    Composta domenica 21 aprile 2013
    Vota la poesia: Commenta

      Un sogno

      un gruppo di medici è  venuto in ufficio.
      Avevano rimostranze da fare,
      ne ho riconosciuti molti
      eravamo stati ragazzi insieme,
      ma loro non hanno riconosciuto me,
      sono un uomo sciupato.
      Portavo come sempre
      documenti nella stanza accanto  
      e cercavo qualcuno.
      Le impiegate mi hanno detto che non c' era ancora “ il poi” che sarebbe dovuto arrivare.
      Ma non era mai in orario.
      -Anzi è sempre in ritardo-
      una di loro lo ha detto
      ridendo forte,
      ci siamo stretti
      strusciati.
      Lei si è bagnata,
      ma forse erano lacrime
      scivolate in basso,
      mentre mi stringeva forte
      con mani cattive.
      Subivo la stretta
      ma seguivo con gli occhi d' illuso
      i medici andare all'  uscita
      con l' aria di chi ha vinto
      ma voleva di più.
      Dietro la porta di legno e chiodi
      il medioevo,
      strada in salita
      strada di grossi sassi appuntiti.
      Verso la piazza,
      alla stazione del treno
      Fellini Federico
      professione impresario
      aveva mandato un clown dietro al gruppo
      di turisti stranieri,
      saltava e suonava la tromba.
      Io stavo a distanza
      con i pantaloni bagnati
      bagnati di lei.
      Il cielo si manteneva scuro,
      tarda serata d' estate
      o preludio al temporale  
      o pomeriggio d' inverno,
      niente mi era ben chiaro,
      solo i miei tempi sbagliati,
      forse.
      Alexandre Cuissardes
      Composta venerdì 12 aprile 2013
      Vota la poesia: Commenta

        la fine a colori

        magdalena gioca forte,
        ha perduto tutto quanto,
        si è rivolta agli strozzini.
        Vaga pazza per la strada,
        a chi incontra chiede sempre
        qualche soldo da puntare.
        Vende il corpo per tre soldi,
        per pagarsi la sua voglia,
        per pigiare sui bottoni.
        Ed impreca molto forte
        a ogni fine di partita,
        prende a calci la sua droga
        tutta luci
        tutti suoni.
        Non ha più casa ne amici,
        si è ridotta proprio male.
        Una macchina ha deciso
        la sua vita quanto vale.
        Alexandre Cuissardes
        Composta giovedì 11 aprile 2013
        Vota la poesia: Commenta

          Ho lasciato il libro sul tavolo

          ecco "li belli scritti"
          parto di notti insonni,
          di giorni a testa china,
          di pennini spezzati
          con rabbia.
          E bicchieri di vino
          e bicchieri di inchiostro.
          Ecco le mie parole
          ferme su carta spessa,
          frutto di riflessioni,
          anche di accanimento
          su una memoria
          corta per non farsi male
          e non farne a me.
          E sento premere alla fronte
          le mie mani stanche,
          mani che reggono la testa,
          stanca anche lei.
          La testa che si scuote,
          come a scrollarsi pesi,
          pesi che lo scrivere
          non può cancellare.
          E vivo quei momenti
          che se la penna
          fosse un coltello
          o una pistola
          tutto sarebbe così semplice.
          E se l'inchiostro fosse
          veleno sicuro
          lo berrei d'un fiato,
          come a volte
          faccio col vino.
          Eccolo
          ciò che ho tenuto
          dentro per tanto tempo.
          Non c'è la prima pagina
          non so se c'è un inizio,
          o forse non ricordo.
          Non c'è l'ultima pagina,
          io non lo scrivo
          "fine".
          Lo faccia qualcun'altro,
          lo faccia chi la sa
          la fine.
          Alexandre Cuissardes
          Composta giovedì 11 aprile 2013
          Vota la poesia: Commenta
            Questo sito contribuisce alla audience di