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Scritta da: Lucio Dusso

La madre

Vedova, lavorò senza riposo
per la bambina sua, per quel suo bene
unico, da lo sguardo luminoso;

per essa sopportò tutte le pene,
per darle il pan si logorò la vita,
per darle il sangue si vuotò le vene. -

La bimba crebbe, come una fiorita
di rose a maggio, come una sultana,
da la materna idolatria blandita;

e così piacque a un uom quella sovrana
beltà, che al suo desio la volle avvinta,
e sposa e amante la portò lontana!...

... Batte or la pioggia dal rovaio spinta
ai vetri de la stanza solitaria
ove la madre sta, tacita, vinta:

schiude essa i labbri, quasi in cerca d'aria;
ma pensa: "La diletta ora è felice... ".
E, bianca al par di statua funeraria,

quella sparita forma benedice.
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    Scritta da: Silvana Stremiz

    Sinfonia azzurra

    Venne in cerca di te
    nella calda notte, lungo le strade dai fanali azzurri.
    Tutte le strade, allora, la notte erano azzurre
    come le vie dei cieli,
    e il volto amato
    non si vedeva: si sentiva in cuore
    E ti trovò, o dolcezza, nell'ombra
    casta, velata d'un vapor di stelle.
    Fra quel tremolìo d'astri
    discesi in terra,
    in quell'azzurro di due firmamenti
    l'uno a specchio dell'altro, ella
    ella pure rispecchiò in te l'anima sua notturna.
    E ti seguì con passo di bambina
    senza sapere, senza vedere, tacita e fluida.
    E allor che il giorno apparve
    con fresco riso roseo su l'immenso turchino,
    non trovò più se stessa
    per ritornare.
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      Scritta da: Silvana Stremiz

      Nel paese di mia madre

      Nel paese di mia madre v'è un campo quadrato, cinto di gelsi.
      Di là da quel campo altri campi quadrati, cinti di gelsi.
      Roggie scorrenti vi sono, fra alti argini, dritte, e non si sa dove vanno a finire.
      La terra s'allarga a misura del cielo, e non si sa dove vada a finire.

      Nel paese di mia madre v'han ponti di nebbia, che il vento solleva da placidi fiumi:
      varca il sogno quei ponti di nebbia, mentre le rive si stellan di lumi.
      Pioppi e betulle di tremula fronda accompagnan de l'acque il fluire:
      quando nè rami s'impigliano gli astri, in quella pace vorrei morire.

      Nel paese di mia madre un basso tugurio sonnecchia sul limite della risaia,
      e ronzano mosche lucenti, ghiotte, intorno a un ammasso di concio.
      Possanza di morte, possanza di vita, nell'odore del concio: ne gode
      la terra dall'humus profondo, sotto la vampa d'agosto che immobile sta.

      Nel paese di mia madre, quando il tramonto s'insaguina obliquio sui prati,
      vien da presso, vien da lontano una canzone di lunga via:
      la disser gli alari alle cune, gli aratri alle marre, le biche all'aie fiorite di lucciole,
      vecchia canzone di gente lombarda: "La Violetta la vaaa la vaaaa... "
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        Scritta da: Silvana Stremiz

        Giardini nascosti

        Amo la libertà dè tuoi romiti
        vicoli e delle tue piazze deserte,
        rossa Pavia, città della mia pace.
        Le fontanelle cantano ai crocicchi
        con chioccolìo sommesso: alte le torri
        sbarran gli sfondi, e, se pesante ho il cuore,
        me l'avventano su verso le nubi.
        Guizzan, svelti, i tuoi vicoli, e s'intrecciano
        a labirinto; ed ai muretti pendono
        glicini e madreselve; e vi s'affacciano
        alberi di gran fronda, dai giardini
        nascosti. Viene da quel verde un fresco
        pispigliare d'uccelli, una fragranza
        di fiori e frutti, un senso di rifugio
        inviolato, ove la vita ignara
        sia di pianto e di morte. Assai più belli
        i bei giardini, se nascosti: tutto
        mi pare più bello, se lo vedo in sogno.
        E a me basta passar lungo i muretti
        caldi di sole; e perdermi nè tuoi
        vicoli che serpeggian come bisce
        fra verzure d'occulti orti da fiaba,
        rossa Pavia, città della mia pace.
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