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Scritto da: GiuliaMeli
La parola che ho in mente oggi è canadese. Mi riferisco a una di quelle tende che si portano in campeggio e si montano con un niente, una di quelle case portatili dove si può tirare la cerniera e chiudersi dentro. Ce l'ho in mente perché certe volte noi uomini assomigliamo proprio a delle tende canadesi. Ci chiudiamo nella nostra piccola tenda e ci portiamo dentro le nostre abitudini, i nostri valori, le nostre etichette, i nostri pregiudizi, le marche di merendine, la frutta prima o dopo i pasti, gay si o gay no, Il bianco è meglio del nero, un vestito blu non lo comprerò mai. Ed evitiamo il confronto, lo scambio. Precludendoci il gusto dell'altro, del diverso. Diventiamo paladini del nostro piccolo mondo, stando bene attenti a difenderne i confini. E viviamo così, ingabbiati nelle nostre credenze, sentendoci spesso nel giusto perché convinti di agire per un fine nobile: il nostro equilibrio personale, il nostro benessere. Ma l'equilibrio che sfugge il confronto, che ha paura dello scambio può definirsi equilibrio? Il benessere deve implicare l'isolamento? Quanto è labile il confine tra autopreservazione e ottusità? È un confine sottilissimo, spesso impercettibile e allora apriamo la cerniera.
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    Scritto da: GiuliaMeli
    Bisognerebbe che ciascuno di noi avesse sempre una caramella nella tasca in caso di mancanza di zuccheri. Non una caramella nel vero senso del termine, o almeno non solo. Mi riferisco a un'idea di qualcosa che ci piacerebbe fare, a una persona che ci piacerebbe rivedere, a un posto in cui vorremmo tornare. Al muso del nostro cane, al profumo della nostra mamma, a quella maglietta che ci piaceva tanto alle elementari. Ecco in certi casi dovremmo liberare la mente e prendere quella caramella.
    Composto martedì 28 giugno 2016
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      Scritto da: GiuliaMeli
      Una volta quando non riuscivo a ritrovare la strada, un mio amico psicologo mi ha consigliato di scrivere, di cambiare il filtro, di buttare fuori i pensieri. Perché certe volte mi sento proprio così: come un'aspirapolvere a cui non è stato cambiato il filtro. E allora scrivo.
      E non scrivo niente di nuovo, niente di unico, niente di speciale.
      Cinque anni. Il diploma, i test di orientamento per vedere cosa potrebbe piacermi di più, in cosa sarei più brava. Le scarpinate per Cagliari per trovare una camera doppia che costasse poco, genitori con le scarpe vecchie.
      Libri fotocopiati, registratori, fatica, treni, pigiama e plaid, evidenziatori. E finalmente i crediti, la casa dello studente, la borsa di studio. Esami superati, mamme che si emozionano. Libretti che si riempiono. La schermata di word sempre aperta, l'interlinea, la bibliografia, errori che non trovi mai. Stanchezza, sacrificio, dedizione. Sonni brevi. E poi un vestito elegante, la tua piccola "creatura" in simil pelle tra le mani. Una corona e un mazzo di fiori.
      E già che ci sei continui, perché ti piace, perché ti stanchi, lq notte sei stravolta, però ti corichi appagata. E allora altri due anni, altri libri fotocopiati, altri compagni e quella cucina piena di vita, piena di menti sognanti, di occhi vispi. E alla fine guadagni anche la tua seconda corona.
      E poi inizi a cercare. Tirocini, stages, faresti di tutto ma la risposta è sempre negativa. Non sai di preciso cosa vuoi fare, sai solo che ti vuoi sentire utile, soddisfatta. E allora ti cerchi un lavoro, perché ti umilia chiedere soldi, e ti senti rispondere che non hai esperienza, che i laureati non farebbero mai certi lavori. Che non sai fare niente. Ti cercano quasi di farti pentire per aver perso 5 anni della tua vita sui libri. Ma non ci riescono.
      Oggi so che probabilmente non avrò mai un lavoro gratificante, un'indipendenza, che non potrò comprarmi casa o intraprendere un certo progedi vita. So che ho perso la via, ma so che non mi pento di niente.
      Composto giovedì 21 luglio 2016
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