Commenti a "A me non piace la definizione di "ateo" perché..." di Umberto Galimberti


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In quest'ultimo contesto (analisi del particolare), è ad esempio indicativo che il definire "ateo" Galimberti possa essere da quest'ultimo percepito come un atto di prepotenza... Questa particolare sensibilità, questa sorta di nervo scoperto di un intelletto pur non disprezzabile, da cosa deriva? Dalla prepotenza altrui, o non forse anche da una sorta di "filtro" di prepotenza che un certo tipo di mentalità, di cultura e di psicologia porta dinanzi alle sinapsi del proprio cervello, filtro tale da rendere "prepotente" qualsiasi atteggiamento altrui, e perfino una innocua (e peraltro anche ben costruita etimologicamente) parola in uso nel linguaggio comune?
     Questi "filtri", per quello che ho potuto spesso constatare, sono spesso generati dalla paura. Paura dell'altro, paura del diverso, paura di chi non la pensa come te... Altre volte, invece, appaiono generati da una caratteristica, una sorta di "atmosfera" in cui è immersa la personalità, sino al punto da ravvisare all'esterno, come proveniente da altri, ciò che si trova invece nella propria sfera psicologica...
     In un mozzicone di sigaretta può esservi, e anzi sicuramente vi è, la soluzione di tutti i problemi del genere umano, compreso il problema di Dio. Tutto sta a chinarsi, raccattare quel mozzicone, e studiarselo, e pensare, e sentire, e riuscire ad ascoltare noi stessi.
    
Ecco: ho trovato la soluzione.
     Dai, Flavia: più sintesi di così...   : )))
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Ciao, Flavia... devo dire che purtroppo la sintesi non è il mio forte... anzi ce l'ho un po' con la sintesi, perché, detto... in sintesi, tutte le cose che credevo di aver capito sinteticamente, è venuto prima o poi il momento che mi sono accorto di non averle  capite per niente.  : )))
     Da allora in poi, supportato anche dall'aver riscontrato il medesimo fenomeno nella maggior parte dei miei amici ed interlocutori, mi sono votato all'analisi senza tentennamenti e senza quartiere.
     E probabilmente non ho fatto male, perché ricordo sempre con una punta di sadico piacere vari episodi, tutti relativi a una medesima circostanza: durante la mia carriera scolastica (ivi inclusa l'università e gli esami e concorsi post-universitari) ed anche post-scolastica, pur non avendo mai seguito il consiglio di scrivere poco, ho sempre ottenuto risultati teorici e pratici più che soddisfacenti, per non dire ottimali. Circostanza che mi ha sempre più indotto a ritenere che è bene scriva poco chi poco ha da dire.
     La sintesi poi, quando si ha a che fare con la ricerca su problemi gravi o pressoché insolubili, meno che mai può essere di aiuto alcuno. Posto infatti che il colpo d'occhio non reca, in questi casi, spiragli di soluzione, l'unica speranza rimane quella di cogliere qualche particolare, qualche dettaglio sfuggito ad un esame sommario, e da quello risalire ad una diversa angolazione dell'analisi, da cui può forse scaturire un principio di soluzione.
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Quannè er destino ar posto tuo che sceje, poi non te lamentà se non ce coglie.
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Pino,
vorrei poterti leggere in sintesi.
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l'argomento mi interessa.
Passerò più tardi .
Ciao a tutti

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