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Commenti a "C'è un unico errore innato, ed è quello di..." di Arthur Schopenhauer


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Ciao Impenitente (a quanto pare di nome e di fatto :)), poiché è ormai consuetudine il parlarci, e anche con una certa profondità, e anche fuori dai denti, ma sempre con rispetto reciproco, non vedo motivo a questo "Lei" del... cav*olo.  Passo dunque con decisione al TU, come è per ogni fedele cristiano musulmano e Nietzschiano su questo sito.
   Ciò detto, vengo a chiarire il mio pensiero. Ritengo che la felicità sia il destino ultimo di ogni forma di soggettività e di coscienza: questo lo ritengo per mia intima convinzione, derivata tuttavia non da sogni o fantasie, ma dal succo di una costante ricerca sul problema principale dell'esistenza: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo. Il dogmatismo di cui parlavo si riferiva dunque non al concetto (cui come dicevo sono pervenuto in seguito a una serie di esperienze e di considerazioni), ma dalla forma assiomatica in cui lo avevo espresso nel contesto..
     ESULA PERO' DEL TUTTO dalla mia visuale l'idea di un premio o di un castigo ultraterreno: pur essendo convinto dell'imm*ortalità dell'anima per averne avuto svariate esperienze, sono altrettanto convinto che nè premio nè castigo vi sarà oltre questa vita, ma solo un continuo progredire, che sarà DI TUTTI, e non solo di alcuni. Non enunciavo dunque velatamente nè premi nè castighi, ma solo felicità (e champagne! :)) PER TUTTI (chi prima chi dopo, naturalmente, con la precisazione che di prima o dopo si può parlare solo a livello percettivo). La cosa veramente notevole è che al commento 11 ho parlato chiaro di felicità per TUTTI, dunque queste cose avrebbero dovuto esserti chiare (se è per tutti, non vi sono castighi...); ma evidentemente esiste una sorta di addottrinamento occulto preesistente, per cui taluni (così anche la cara Flavia) incasellano le mie parole in categorie precostituite (nella fattispecie premio e castigo, appunto), che altro non sono che contro-dogmatismi in azione... : )))
     Quanto all'altra affermazione, con il dire che la felicità è qualcosa di relativo intendevo dire che non dipende dagli avvenimenti esterni, ma dal grado di evoluzione dello spirito. Più lo spirito è evoluto, più è felice dell'apparentemente poco, o dell'apparentemente nulla, perché ha dentro do sé una fonte di luce e di calore autonoma, che lo illumina e riscalda in qualsiasi condizione ambientale, fosse anche la più disastrata e drammatica. Per questo motivo incitavo tutti a costruire se stessi.
     Non vi è dunque alcuna contraddizione nel mio pensiero: calzini bucati e rigirati, e animali che si mordono la coda, sono semplice ed evidente frutto di quel ragionare per categorie dogmatiche (o contro-dogmatiche, che è lo stesso) di cui prima parlavo.
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Galllinellaaaaaa gallinella frescaaaaaaaaaaa comprate signori guardate qua ....salta ancora in mano! :-))) Guardate che colori sfavillanti e la branchia rossa eh e l'occhio nitido ! !!!! :-))))
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pofferbacco!
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Sig. Cataldo, il cavallo del mio esempio è assimilabile al cane che insegue la propria coda: grande spreco di energia ma sostanzialmente sempre fermo nello stesso punto, nessun passo avanti, nessun progresso sostanziale. Se mai verrò, verrò a piedi. Il cavallo, nel frattempo, preferisco abbracciarlo certo, come sono, che tale bizzaria, foss’anche sintomo e sinonimo di follia, non creerà alcun imbarazzo in chi sa guardare oltre.
Mi permetta infine di giudicare quanto meno ingeneroso il gallinella rivolto a DANA: è persona coloratissima che merita ben altri accostamenti.
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Sig. Cataldo, sarei ben lieto di salire sul suo treno anche perché constato che è dotato di un locomotore assai potente. Ma il mio tempo qui è quasi scaduto e del viaggio ferroviario mi godrei ben poco. La ringrazio comunque per il sottinteso invito.

Sig. Freda, Lei è molto abile nel rigirare i calzini. Ma anche a rigirarlo, un calzino bucato è pur sempre un calzino bucato! Lei ci mostra (commento #11) la sua categorica certezza “che ogni essere vivente è nato per essere felice” e precisa subito dopo: “non certamente su questa Terra, però”. Dal ché parrebbe potersi dedurre che la felicità è uno dei vantaggiosi benefit spettanti a chi avrà sorte di passeggiare un giorno nei celestiali giardini del dopo-Vita. Non starò certo qui a contestare tali certezze che Lei stesso (cfr. comm. #30) definisce assiomatiche e dogmatiche (per inciso: ininfluente appare la precisazione del non voler fornire alcuna motivazione: il dogma, per definizione, è esente dall’onere della prova…); né tanto meno cercherò di illustrarle la mia visione che, come può intuire, si allinea lungo una diversa prospettiva. Ma non posso però non evidenziare come la testé annunciata certezza dogmatica sembri ammorbidirsi (direi meglio: dileguarsi) nel momento in cui (cfr. comm. #32) scopriamo, per suo stesso dire, che il concetto di felicità è relativo, afferente cioè alle singole soggettività degli individui. Non più, quindi, quella sorta di premio (dal valore assoluto) di cui godere nel dopo-Vita, così come prima ci ha velatamente enunciato, ma un ben più modesto (ma di certo più comprensibile) tendere al soddisfacimento dei propri bisogni, da ricercare in questa vita. Quello che nel suo enunciato iniziale era lo scopo stesso della vita (“nato per essere felice”) si trasforma, in men che non si dica, in un mezzo per raggiungere altro scopo (“costruire noi stessi”). L’assolutismo del dogma iniziale si trasforma nel suo esatto contrario, decretato in quella relatività della felicità che lei stesso ci rivela. La felicità che deduco dal suo dire non mi è molto chiara: essa è, al tempo stesso, sia mezzo che fine. Un po’ come dire che inseguo un cavallo stando a cavallo dello stesso. O come rigirare il calzino di cui sopra.

Gaetano, riguardo il tuo appello allo Staff, mi associo incondizionatamente non senza però l’amarezza nel constatare che dopo oltre un anno di assenza vi ritrovo tutti qui, belli e bravi come sempre e sempre alle prese con lo stesso inadeguato (e stravagante) meccanismo di moderazione. La tragedia, a parer mio, è nel constatare che nulla è cambiato. Io la mia battaglia per far modificare quei meccanismi l’ho già fatta e come i più ben sanno, ho perso. Non che ci sia in ciò di che vantarsene: una sconfitta è pur sempre una sconfitta. Ma di certo nessuno potrà mai rimproverarmi d’essermi piegato alla logica aberrante dei compromessi. Permettimi quindi di consigliare a chiunque volesse far proprio il tuo appello di valutare bene la cosa: se il lamentarsi deve essere solo fine a se stesso risparmiatevi la fatica. Anzi, smettetela proprio di lamentarvi! Continuate a scrivere mettendo lo ”zero” al posto della ”o” e vedrete che il più delle volte la farete franca. Se invece intendete concretamente far cambiare qualcosa, allora rinunciate lo stesso ché tanto, è dimostrato, nessuno vi seguirà… A molti risulta più facile mimetizzarsi dietro lo “zero” piuttosto che esporsi accanto all'”uno”

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