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Commenti a "Dobbiamo avere fede che la ragione produca la..." di Abraham Lincoln


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Trovo del tutto appropriato l'  utilizzo  di " primitivo " ,  perchè  atavici sono molti degli istinti umani e per quanto sia avvenuta una evoluzione dal tempo dei primati  fino ai moderni , dinamici e tecnologici ominidi , tali primordiali  istinti  si sono mantenuti intatti e pressochè  invariati e, io credo , rimarranno tali  anche nonostante gli auspicati ipotetici progressi - non meramente tecnologici- futuri della razza umana.
Se - sotto la luce dell' amore  universale-  gli unici passi in avanti  compiuti  dall' umanità , hanno portato la guerra tra tribù di uomini primitivi  - fatta con lance , clave e pietre  ed effettuata , ci può apparire oggigiorno,  per motivi futili  ed aberranti - alle moderne guerre tra Stati - sulla natura delle cui armi non intendo neppure addentrarmi  per via del loro preciso e folle  obbiettivo distruttore ( vedi recenti bombe a grappolo)-  o tra moderni governi ed i loro  popoli per motivi comunque futili ed aberranti - ci appare oggigiorno-,  forse  sarebbe più GIUSTO puntare più in alto , ad obbiettivi ancor più alti e divini : puntare a non commettere azioni di cui ci si dovrà pentire e non desiderare neppure alcunchè . Sono infatti proprio  i desideri   la radice  del ma*le , essendo questi , di uno ,  confliggenti con quelli di un altro, ed essendo molto spesso confliggenti l' un con l' altro anche nella stessa persona.
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L'amore di se stessi è egocentrismo, se non addirittura egoismo (come di solito accade); ed è in netta antitesi con l'amore per gli altri, che è altruismo. Ti dicevo che è un po' come per la sapienza: più una persona conosce, più si rende conto di tutto ciò che non conosce, e quindi della propria ignoranza.
      L'amore umano ama il sé e poche altre persone che lo circondano (il coniuge, i genitori, i figli, e al più anche parenti ed amici); eppure, se vedi, anche solo quanto all'amore umano, un essere umano che si rispetti è capace di rischiare anche la sua vita per quelli che ama. Dovremo dunque dire che il dare la vita per coloro che si amano non è amore, perché lo sprezzo del pericolo nega l'amore di sé? O non è piuttosto l'amore di sé non amore, ma semplicemente egoismo, che è la forma più primitiva e meno evoluta di amore?
    Dunque per amare gli altri davvero, occorre che l'amor di sé (che è fatto di interesse, di orgoglio, di paura dell'altro) si attenui fino a scomparire. Allo stesso modo in cui non potrai sentire il suono di un'arpa nel frastuono del traffico, solo nel silenzio del tuo amor proprio potrai riuscire a sentire la musica meravigliosa del "noi", che è Dio.
     Se leggi il vangelo, troverai che chi cerca la propria vita la perderà, e chi la perde "per amor mio" (che è appunto il "noi": se vuoi, posso spiegarti diffusamente anche questo) la salverà. Questo è ciò che vuol dire.
     Ti chiedevi come sia possibile che chi ama e perdona gli altri non sia capace di perdonare se stesso. La risposta mi sembra semplice: il perdono è un atto di amore. Ora, quanto più l'anima va avanti sulla via dell'amore (che è la massima sapienza: Socrate: scienza=virtù) si rende conto della propria PICCOLEZZA (cioè di essere un nulla di fronte alla grandiosità di ciò che scorge intorno a lei e dentro di lei) e della propria INADEGUATEZZA a fare tutto ciò che dovrebbe e vorrebbe fare. E' un grande senso di frustrazione, Giulio. Ipotizza solo per un momento che TUTTI i bambini del mondo siano tuoi figli, compresi i milioni di bambini che muoiono di fame. Non proveresti un infinito senso di frustrazione? E quale stima potresti avere di te stesso, delle tue capacità, una volta toccato con mano di essere un fuscello nel vento IMPOSSIBILITATO A FARE ALCUNCHE'? E non preferiresti mille volte sparire TU dalla faccia della terra, pur di salvare loro? Figurati poi se tu sapessi di non aver fatto TUTTO quello che potevi, anche per uno solo di loro. COME POTRESTI MAI PERDONARTELO??
    Orbene, questa è la nostra REALE situazione, ma solo pochi la capiscono, e meno ancora (solo i santi) LA VIVONO DENTRO DI SE'.
Viverla deve essere un'esperienza orribile, causa di enorme sofferenza. Figurati, in una situazione del genere, dove può andare a ficcarsi l'amor proprio...  : )
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"è noto, anzi direi arcinoto, che quanto più il nostro spirito si perfeziona (e l'amore del prossimo rientra in questo perfezionamento), tanto più decresce l'amore per noi stessi".
Io stesso ho scritto che " le persone migliori  - quelle che più , forse, tendono i loro sforzi verso  una perfezione divina - siano proprio quelle persone che maggiormente sentano i sensi di colpa e si sentano  incapaci di perdonarsi." Non riesco a vedere un significato delle mie parole differente dal significato delle tue. Entrambe ragionevoli , e proprio per questo fallaci , essendo impossibile spiegare  l' irrazionale con il logico. Ad ogni modo , la conclusione delle parole su scritte  è la medesima : Le persone che più si sforzano di somigliare al divino , come i santi, si amano meno . E come può amare ( in maniera efficace ed utile) il prossimo suo, chi non è capace di amare ( bene ed efficacemente) se stesso ?
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Il ragionamento è una bella cosa, ma spesso, o per l'assurdità della premessa, o per un vizio dell'iter logico, conduce a conclusioni aberranti. :)
     Per quanto riguarda la prima delle tue deduzioni, è noto, anzi direi arcinoto, che quanto più il nostro spirito si perfeziona (e l'amore del prossimo rientra in questo perfezionamento), tanto più decresce l'amore per noi stessi. Dunque quanto più si è condotti a perdonare il prossimo, tanto meno si è condotti a perdonare se stessi. I più grandi santi asserivano di essere incorreggibili peccatori, si sentivano altamente imperfetti ed indegni... un po' alla stessa maniera in cui solo chi conosce, conosce innanzitutto le proprie lacune e la propria ignoranza, e se ne rattrista.
    In secondo luogo, l' "oggetto" che produce il perdono, e dunque l'amore, non è affatto il male ricevuto (al massimo è occasione del perdono), ma è la predisposizione ad amare il nostro prossimo, avendo compassione di chi commette il male. Ripeto: l'amore non è e non sarà mai un derivato della nostra razionalità, ma è un sentimento spontaneo che, quando non c'è, nessuno se lo può inventare, alla stessa maniera del coraggio di cui parlava Don Abbondio. L'amore non tiene conto del male ricevuto: lo dimentica, è come non fosse mai esistito. Questo è il perdono.
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Inoltre , se il perdono è un frutto d' amore , esso stesso deve ricondursi all' amore , ma come si può cercare di amare dimenticandosi  l' oggetto produttore dell' amore e cioè il male ricevuto ?
I bambini sono naturalmente portati ad odiare l' oggetto del loro amore , se questo si dimentica di loro, o li ignora , ma sono pronti a riamarlo se solo vi è una considerazione , un ritorno. Gli adulti invece per riamare debbono dimenticarsene ?

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