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Commenti a "Lo stato di ignoranza è la causa di tutte le..." di Osho


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Ok, la cancello !
Non vorrei rincitrullirmi più di quel che già sono :-)
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Giulio, io sinceramente... non impiegherei tempo ad approfondire ciò che dice questo Osho. Come dicevo sopra, infatti, la visuale che mi hai esposto (con le sue stesse parole) mi sembra sufficiente per riporre il libro in libreria, perché per un verso macchinale, per l'altro semplicistica.
     Macchinale, perché (come tutte le visuali dei maestri di spiritualità o di ascesi dei tempi moderni) introduce l'idea di un percorso teorico-pratico fatto in tutto o in gran parte di meccanismi che in maniera quasi semi-automatica conducono all'obiettivo, quasi si trattasse di farsi i muscoli con una disciplina ginnica e di sollevamento pesi; semplicistica, perché enuclea dalla dottrina madre o di paragone (nella specie il cristianesimo) un singolo elemento di contorno per farne  l'obiettivo del percorso teorizzato. (Tutto ciò che non avrebbero capito Agostino d'Ippona o Tommaso d'Aquino, per citare solo due teologi, lo avrebbe capito... Osho).
      E mi spiego: l' "infanzia cristiana" di cui si parla nel Vangelo è prodromica e necessaria all'affidamento, cioè alla FEDE. Il concetto, insomma, è: siate o diventate come i bambini, che hanno FIDUCIA CIECA nei loro genitori. Nella specie: affidatevi al Padre, affidatevi come bambini a Dio. Ora, se per ipotesi si dovesse tornare bambini non per affidarsi a Dio, ma semplicemente per rincitrullirsi (il che accade ahimé a molti dei miei coetanei :) ), il rinfantilimento non gioverebbe ad alcunché, ma anzi sarebbe un potente campanello d'allarme per l'intervento di idonee misure protettive dell'incapace: in ordine crescente inabilitazione, interdizione, affidamento a strutture assistenziali della demenza senile.  : ))
     Dice: ma Osho non parla di rinfantilirsi, ma di tornare all'innocenza. Ma... come si fa a tornare all'innocenza senza aver prima compreso gli errori e le colpe? Sarebbe un po' come lavarsi senza acqua, o mangiare senza cibo... L'innocenza dei bambini è come una macchina nuova, perfetta nella sua struttura, ma senza rodaggio. Solo dopo il rodaggio potrà correre. E per correre nella direzione dell'innocenza, bisogna per forza capire cosa è la colpa, alla stessa maniera in cui tutti i valori che conosciamo, li conosciamo solo perché li paragoniamo col loro opposto (il che lascia comprender tra l'altro il perché della necessità del male, di cui anche si parla nel Vangelo: "è necessario che avvenga il male"). Non mi sembra vi sia altra soluzione. Con le tecniche di respirazione...non si arriva all'innocenza. Ci si addormenta, puramente e semplicemente. : ))
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Eccomi! Scusa per l' attesa stavo cercando di scalare l' himalaya :-)

Ho scritto qualche pagina per rispondere, ma prima della trascrizione mi sono reso conto che non ho neppure terminato di leggere uno solo dei diversi libri di Osho e già questo è un ottimo invito alla cautela. Non, in realtà, per la diffidenza verso le sue idee, ma per l' ignoranza di cui , è evidente, sono ancora proprietario a riguardo; inoltre la tua contestazione sull' omici dio, utilizzata per rendere assurdo il pensiero di Osho, è di difficile argomentazione, così come sarà difficile rispondere alla contestazione sul dolore.

In ciò che ho letto fin ora tutto ruota attorno ad un obbiettivo, alla vetta di una montagna ( samandi , l' estasi), la cui scalata deve essere compiuta per gradi  Yama (autocontrollo), niyama ( diligenza) etc, etc...
Tutti i gradi intermedi sono imprescindibili dal ritorno; è il ritorno a ciò che siamo, all' abbandono, quindi, di ciò che non siamo( commento 5# : noi non siamo il nostro corpo, non siamo i nostri pensieri, non siamo neppure   i nostri sentimenti) è il ritorno all' "innocenza fanciullesca".
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Trovo che la storiella del ricco e del mistico, mostri che la sofferenza nasca dalla mancanza, nell' uomo, di qualcosa a lui caro; il denaro, è innegabile, ora, così come in passato sta molto a cuore all' uomo. Ma credo si tratti solo di un esempio, Osho avrebbe potuto utilizzare un uomo malato che avesse ritrovato la salute, nella sua storia. Non tutti gli uomini sono uguali e se taluni provano più dolore nella perdita dell' amore che non nella perdita del denaro o più sofferenza nella perdita del denaro che in quella dell' amore etc. etc. Certo è che la valutazione di quale sofferenza sia maggiore non è semplice poichè la concomitanza di più qualità di sofferenze contemporaneamente nell'uomo, lo disorientano rendendogli difficile ogni valutazione di sorta.
Inoltre questa lotta verso la ricchezza, non la condivido. Riccheza e povertà sono concetti non propriamente oggettivi. Un uomo può tranquillamente sentirsi ricco nel possedere una borsa di diamanti, un' altro (spero che tu mi conosca ormai) può sentirsi ricco vivendo serenamente con ciò che gli occorre e questo di solito accade se è ricco interiormente, ma se egli dovesse accumulare altra ricchezza materiale, quest' ultima non lo impoverirebbe interiormente. Solo il povero di spirito deve abbandonare i beni materiali superflui, o deve essere consapevole della loro superfluità per arricchirsi interiormente.
Nella storiella, Osho utilizza un povero di spirito, uno, cioè che non è ancora consapevole di quanto sia inutile il denaro ( inutile per arrichirsi interiormente) ma forse attraverso il gesto del mistico egli potrà vedere quanto attaccamento abbia verso il denaro. Come può un ricco per ravvedersi e modificare il suo atteggiamento verso i soldi e verso la vita, non essere costretto ad osservare il suo attaccamento al denaro ?

Ora però devo abbandonare temporaneamente la tastiera...
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Si trattasse solo di esprimere la mia opinione, o anche una qualsiasi dottrina cui avessi aderito, farei molto presto. Invece il brano che mi hai presentato merita un’analisi molto approfondita, giacché l’opinione che esprime è in insopprimibile contrasto non con altre opinioni o dottrine, ma con se stessa. Questo è purtroppo il naturale risultato del sempre più frequente eclettismo, o sincretismo che dir si voglia, dei tempi di oggi. La gente è distratta dalle necessità, dalle opportunità e… dagli svaghi quotidiani; cerca sia a livello teorico che a livello pratico semplificazioni che conducano a risultati rapidi e indolori; è schiava dell’orologio, non è abituata a meditare sulle parole e sui fatti se non in maniera frettolosa e approssimativa; e tutto ciò concede fertile terreno ai minestroni ideologici (e politici) dei moderni persuasori palesi ed occulti, cioè agli evolutissimi e quasi perfettamente mimetizzati sofisti dei giorni nostri.
Ciò premesso, veniamo al brano che mi hai trascritto. E cominciamo dal principio, cioè dalla storiella del ricco e del savio. Essa presta il fianco a diverse critiche, che la rendono ai miei occhi avvilente se non addirittura obbrobriosa.
      Innanzitutto, infatti, essa esemplifica una drammatica inversione di valori non solo rispetto al cristianesimo, ma anche rispetto a qualsiasi filosofia di matrice spiritualista. Perché alla fine il ricco infelice viene reso felice da che cosa? Dalla ritrovata ricchezza materiale! Infatti il ricco che si reca dal savio è infelice perché è talmente ricco, da non attribuire più alla ricchezza alcun valore. E allora il “savio” cosa fa? Anziché mostrargli i veri valori della vita, gli dimostra che il denaro ha talmente tanto valore, da poterlo rendere felice!! Capisco che, nell’esempio ideato dall’autore, il denaro rappresenti l’innocenza perduta; ma ciò non toglie che l’esempio stesso sia quanto meno superficiale e “infelice”, soprattutto se si pensa che è rivolto ad uomini, come quelli del nostro tempo, che vivono in un contesto sociale in cui ai beni materiali si attribuisce un valore che probabilmente mai, storicamente, essi hanno avuto in maniera così diffusa tra tutte le classi sociali.
      Ma sin qui si potrebbe trattare anche di un peccato veniale di ingenuità. E’ però nel significato intrinseco dell’esempio che si scorgono problemi ben più gravi.
     Tutti noi, secondo Osho, siamo stati derubati, e ritroveremo attraverso la sofferenza la nostra borsa, cioè noi stessi. Attraverso la sofferenza scopriremo chi siamo, e troveremo così la felicità. E chi siamo, in realtà? Siamo esseri innocenti che devono ritrovare la propria innocenza attraverso la meditazione. In questo ritorno a se stessi si sostanzia il pentimento che significa ritorno, con esclusione di ogni significato connesso con il concetto di colpa. E la sofferenza? La sofferenza, nel discorso di Osho, è quella che deriva dal comprendere di aver perduto la propria innocenza; quindi, alla fin fine, la “borsa” è l’innocenza consapevole, non quella inconsapevole del bambino. Il santo è il vecchio innocente.
      Come sopra dicevo, questo sia pur accattivante “ciclo del ritorno” appare di un semplicismo disarmante. A prima vista, sembra una geniale ed ispirata interpretazione del cristianesimo. In realtà ne è viceversa una temibile antitesi, e passo a spiegarti il perché.
1) La prima cosa che salta agli occhi è una edulcorazione, e insieme un travisamento, del concetto di sofferenza. Questa viene ridotta al solo dolore che prova l’essere umano di fronte alla perdita dell’innocenza. Esistono, invece, come tutti possono constatare e sperimentare, infiniti tipi di sofferenza. La sofferenza degli affamati, dei malati, dei diseredati, dei tartassati, degli afflitti, dei traditi, degli abbandonati, e così via, come può essere ricondotta alla perdita di innocenza, se non alla perdita di innocenza… ALTRUI? Tutte queste persone inconsolabili, cosa dovrebbero meditare secondo Osho per ritrovare… l’innocenza altrui? :) Secondo il cristianesimo, invece, QUALSIASI sofferenza avvicina a Dio, sia perché rende l’essere umano partecipe della sofferenza del Cristo, sia perché conduce al distacco dai beni materiali, e alla visione e valorizzazione di quelli spirituali, ivi incluso l’affidamento nelle mani di Dio. Ecco un primo sofisma: Osho parla di sofferenza, ma con valenza completamente diversa dal significato cristiano. In proposito, non bisogna mai dimenticare che Gesù, nel discorso della montagna, ha attribuito alla sofferenza un valore beatifico.
2) Altrettanto vale per l’innocenza fanciullesca. In che consiste l’innocenza? Nella fanciullezza tout court? Osho non lo spiega, eppure assume l’innocenza come valore fondamentale, cioè UNICO, della spiritualità umana; il valore, tornato al quale, l’uomo è felice. Nel cristianesimo, invece, l’innocenza è ciò che conduce alla FIDUCIA, cioè all’AFFIDARSI, in una parola è la disposizione ottimale ad accogliere la buona notizia, cioè il Vangelo. E’ questo accoglimento che conduce alla beatitudine. Ma senza questo accoglimento, non c’è innocenza né meditazione che tenga.
3) Ma il massimo della divaricazione dal contenuto spirituale del cristianesimo Osho lo raggiunge con il significato cerebrino attribuito al concetto di pentimento. Il pentimento, secondo lui, sarebbe il ritorno all’innocenza. Ammesso che così sia, PER QUALE STRADA ci si torna, all’innocenza? Secondo Osho, ci si torna per la via della sofferenza derivante dalla sensazione di innocenza perduta, sofferenza che conduce alla meditazione. E così, l’omicida, allorché si sentirà infelice per via dell’innocenza perduta, mediterà e tornerà all’innocenza? E tutto ciò, senza pentirsi del male commesso, senza provare ribrezzo delle azioni compiute? La tesi appare sinceramente impossibile, giacché non si vede come costui possa tornare innocente senza rendersi conto del male commesso. Questa consapevolezza, chiunque vede che non può non essere preliminare alla consapevolezza di innocenza di cui farfuglia il santone.

Col che, senza scendere in ulteriori particolari, mi sembra possa ritenersi dimostrata l’inconsistenza delle dottrine di Osho, che come ti dicevo già “a naso” e senza motivo razionale alcuno non mi ispirava. Ti ringrazio di avermi partecipato uno dei suoi scritti, che confermandomi nelle mie sensazioni me ne ha fatto razionalmente capire un qualche perché. : ))

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