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Commenti a "Si continua a percorrere la medesima strada..." di Giulio Pintus


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Non è escluso che, modificandola, si passi dalla padella alla brace. Infatti esiste pure la conversa: "gutta cavat lapidem". La perseveranza come virtù o come vizio? Comunque Flaiano: "Ci sono molti modi di arrivare, il migliore è di non partire".
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Credo che dietro alla convinzione che il ripercorrere la stessa strada continuamente ci  conduca altrove, vi sia il desiderio di percorrerne un' altra o delle altre , ma che l' abitudine e la  paura inibiscano tale desiderio facendolo annichilire in speranza irrazionale.
Tutto dunque si rifà al desiderio ma se desiderare di " sbagliare " è desiderare di cambiare strada , rimanere sulla stessa strada è un' errore . Tuttavia chi vi rimane (sulla stessa strada) lo fa proprio per paura di non sbagliare.
Ora , chi rimane sulla medesima , sbaglia di certo , chi la cambia potrebbe anche trovare quella giusta.
Non ti pare ?
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Un bel pensiero, davvero. L'ho visto solo ora.
Però per cambiare le cose non basta mutare le abitudini e tenersi pronti al nuovo.
E' un problema di baricentro interiore. Come quei pupazzetti per bambini che, comunque li lanci in aria, cadono sempre in piedi, alla stessa maniera ciascuno di noi ha un suo baricentro che lo fa ricadere sempre  nei medesimi errori o comunque nel medesimo schema di vita e sulla stessa strada.
   Bisogna quindi cambiare dentro, secondo me. A partire dalle proprie inclinazioni, dai propri interessi, dai propri fini.
   Ma è poi proprio necessario imporsi di cambiare?
   Siamo realisti: se rimaniamo sulla stessa strada, è perché la riteniamo in fin dei conti più gratificante di altre. E allora perché imporsi di percorrere una via che in realtà NON SI VUOLE percorrere? E' probabilmente meglio lasciarsi evolvere spontaneamente: saremo almeno sicuri di fare, sempre, ciò che davvero desideriamo fare.
    Quando poi il fuoco ci scotterà, scapperemo, e sapremo ben dove andare per non finire arrostiti. Perché non scappare prima? Semplice: perché il nostro baricentro interiore ci ricondurrebbe sempre, prima o poi, nel nostro personalissimo purgatorio, cioè sulla medesima strada.
    PS: parlo per esperienza personale. Per una vita ho tentato il metodo di Vittorio Alfieri, e anche quello di Samuele Smiles (facevano parte della tradizione di famiglia), ma alla fine ho sempre fatto tutto ciò che volevo; e non ne sono affatto pentito, pur avendo commesso più errori e stravaganze, e avendo passato più momenti terribili di quanti se ne possano mai immaginare.
    Risultato: oggi alcuni errori non li commetterei più: la loro epoca è finita, perché sono cambiato io, dentro di me. Altri "errori", invece, li commetto ancora, per il semplice motivo che... non sono (ancora?) convinto che siano errori, anche se fanno molto male.
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Credo che la tiepida , rassicurante ed amichevole abitudine ci limiti in tutto .
Se davvero desideriamo cambiare qualcosa della nostra vita , dovremmo sforzarci di  modificare le nostre abitudini. Partiamo dalle più elementari , non perché queste siano in grado di influenzare il mutamento di ciò che riteniamo desiderabile  migliorare , ma solo per tenerci allenati , aperti e pronti al nuovo.
Non si dia per scontato , tuttavia, che ad un cambiamento corrisponda un miglioramento , si dia , piuttosto a " prezzo pieno" un possibile peggioramento.
In sintesi ci si deve chiedere se la strada che si è soliti percorrere è la peggiore , così da escludere la possibilità di un peggioramento ; o se sia la migliore,  così da non toccare qualcosa che non è migliorabile ; o se , infine, la strada che si percorre abitualmente stia in mezzo tra la migliore possibile e la peggiore . In  tal caso , credo , che la speciale posizione di equilibrio debba consigliarci di non spostare alcunché  :-)
Ciao Dario :-)
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In una manciata di parole hai descritto la mia vita.

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