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Commenti a "Ho tanta confidenza in Gesù, che se anche..." di San Pio da Pietrelcina (Padre Pio)


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Io però vado oltre, e ti dico: al CREDERE non è necessaria la TESTA, ma l’AZIONE. Un credere con la testa senza azione sarebbe solo una filosofia; mentre viceversa un credere CON I FATTI, cioè applicando quella famosa massima “ama il prossimo tuo, anche il tuo nemico”, con o senza testa che sia, è il vero e l’unico CREDERE che possa esistere, ed è su questo piano, e solo su questo piano, che la dottrina cristiana si pone e si porrà per sempre come la più alta espressione della filosofia, della religione ed anche del pensiero umano. Quanto poi al povero e “nefasto” frate francescano di cui parli, che ha amato te come tutte le altre creature, egli era ed è, come tutti i POCHI VERI cristiani, abituato agli sputi, fenomeno che preannunzia indefettibilmente una delle massime beatitudini annunziate dal Maestro di quella folle dottrina.  : ))
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Tu però non rientri tra questi ultimi, tant’ è che Schopenauer lo usi solo (ad arte) come botto finale in maiuscolo, ma prima di lui mi citi Federico N. : “Questi orgogliosi. Se ci sapessero dimostrare il loro Dio, ci crederemmo ancor meno”. Ecco, devo dire che su questo punto Nietszche è più ONESTO di Schopenauer, perché non la butta sul “pensare contro credere”, ma, COME E’, sul CREDERE CONTRO NON CREDERE,  che poi, come appare evidente, privato del sostegno del pensiero, è un credere contro credere.
      E in definitiva sei onesto anche tu, quando  parli di “ISTINTO” (che non è né pensiero, né razionalità) e di “ODIO” (che è sentimento oggetto di pensiero, ma anch’esso NON razionalità). Istinto e odio, in tutta evidenza, sono nemici dell’aforisma di Schopenauer , in quanto nessun artificio sofistico riuscirebbe a farli rientrare nella categoria del “pensiero” anziché in quella del “credere”. Tanto è vero che all’idea dell’ “odio” e del “nemico” si sono sempre ispirate, nel contrapporsi con la benedizione delle armi o con il semplice e meno benedetto omicidio tout court, le opposte fazioni di “fede” contro “fede” (basti pensare a cristiani e musulmani, ma anche a cristiani contro cristiani e a musulmani contro musulmani). Nel secolo scorso, abbiamo avuto una strisciante guerra santa “Reich contro ebrei”, prossima a sfociare oggi in una nuova versione, “ebrei contro musulmani”. Cosa manca? Ma è naturale: la semifinale sarà atei contro credenti, e poi per finire, la finalissima: tutti contro tutti, e saremo al completo.
      Ascolta me: l’esatta maniera di ragionare, la si può e la si deve usare, quantunque essa possa giungere poi a qualsiasi convinzione, perché nessuna convinzione è frutto di sola razionalità, ma anche di tutte le innumerevoli fonti di convincimento individuale, come dimostrato dalle mille filosofie finora sciluppate dal genere umano; ma lasciamo perdere, per favore, le parole “ODIO” e “NEMICO”, perché, prima che non rendere un buon servigio al futuro del mondo, non lo renderemmo al pensiero, se non alla pura razionalità, cui pure pareva ci si volesse ispirare.
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“O si pensa o si crede”. E’ una vita che vai citando questo pensierino di Schopenauer come fosse il Gotha della Sapienza, e non ti rendi conto che reca in sé l’inganno sofistico, cioè il VELENO di tutti gli aforismi. E l’inganno risiede nel gioco sul significato delle parole, atto ad ingenerare il CONVINCIMENTO e non la precisa illustrazione e dimostrazione della verità. E passo a dimostrartelo.
      Dove vogliono arrivare queste 6 paroline? Semplice: ad asserire che chi “crede” non pensa, e, viceversa, chi “pensa” non può fare altro che non credere, trattandosi di due attività tra loro incompatibili e contraddittorie.
      Orbene, se analizziamo il significato della parola “pensare”, la dicotomia svanisce immediatamente, come un fantasma. Fantasma di sapienza.  : ))
Seguimi: cosa significa “pensare”? Pensare non significa, come Schopenauer vorrebbe far credere, fare uso di FACOLTA’ ESCLUSIVAMENTE RAZIONALI, ma, in senso molto più ampio FARE USO DI FACOLTA’ MENTALI. Si “pensa” anche quando il pensiero corre alla persona amata, che semmai costituirà la punizione riservataci dal fato per il resto della nostra vita (non essendoci accorti che invece che una dolce Ofelia è una implacabile Santippe); si “pensa” anche quando si spera di fare 6 al superenalotto, o quando, nel tornare a casa dal lavoro, si pregusta il momento di sedersi a tavola perché si prova quel certo languorino di stomaco. E si pensa anche quando si “crede”, perché anche al credere E’ (secondo i più) NECESSARIA LA TESTA, e non solamente il midollo spinale (cosa invece sufficiente alle ordinarie funzioni fisiologiche).
     Se Schopenauer avesse voluto fare opera di verità, avrebbe dovuto scrivere: “O si fa uso della sola ragione, o si crede”. Ma in tutta evidenza la sua frase non avrebbe ottenuto il successo che viceversa ha ottenuto presso i pensatori a tanto al chilo.
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Molti ("credenti" o "non credenti" che siano) ritengono il "credere" o il "non credere" un atto puramente mentale.
Non è così, perché se così fosse non vi sarebbe alcuna differenza tra credenti e non credenti. O meglio: ci sarebbe la stessa differenza che c'è tra i bambini che credono in papà Natale e quelli che non ci credono. Praticamente nessuna: babbo Natale o non babbo Natale, sono i giocattoli ciò che loro interessa.
Un credo, invece, un qualsiasi credo, è fondamentalmente una filosofia vivente e vissuta: non solo quanto alla costruzione del mondo cui si aderisce, cioè all'idea che ci si fa della realtà, ma anche e soprattutto quanto all'atteggiamento che ne deriva al livello del sentire, dell'agire, del vivere, del rapportarsi col mondo e con gli altri.
Ecco, se noi considerassimo il cristianesimo, o qualsiasi altra religione, come una filosofia (ed in realtà ogni religione è tale), non commetteremmo l'errore di ridurre il concetto di Dio, proprio di ciascuna religione, al concetto di babbo Natale, o ad una qualsiasi superstizione (posizione, viceversa, diffusa tra il popolino, attento sopra tutto ai benefici materiali che si possono, in ipotesi, trarre dalla benevolenza di un essere o più esseri superiori).
E dunque la principale differenza tra il credente e il non credente (parlo di credenti o non credenti "veri", cioè "filosofi") risiede nella differenza delle loro filosofie. Differenza di contenuti che non può condurre all'intolleranza, perché ogni filosofo, per sua stessa natura ed apertura mentale, ammette, anzi presuppone, che possano esistere filosofie diverse...
Questo è il motivo per cui tra atei "veri" e credenti "veri" il dialogo non dà mai luogo alla rissa; cosa che viceversa avviene quando il credere o il non credere, più che filosofia di vita, divengono partito, cioè non profonda identità individuale, ma esteriore e superficiale criterio identificativo del "gruppo" di appartenenza.
Il vero problema è che di "credenti" e "non credenti" veri ne esistono davvero molto pochi. In questo risiede il motivo delle discordie e delle armi.
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Sempre per Silvana:
ricorda che c'è un diritto della persona che si chiama "privacy", se qualcuno non vuole apparire con il proprio nome ha il diritto di poterlo fare. Criticate sui contenuti non sul nome di una persona, altrimenti cadete nell'ovvio. E le tue frasi sono piene di ovvio. Scusa se rispondo in questa pagina Giuseppe ma non mi è stata data la possibilità di replicare nella sua. Per questo l'ho fatto ora.
Tolgo il disturbo,
Arrivederci e auguri... scrittrice per caso.

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