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Commenti a "Forse dovrei prendere esempio da coloro i..." di Miriam Zizzo


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Ho letto attentamente tutti i vostri commenti e vi ringrazio infinitamente, ognuno nella vostra singolarità, per il prezioso apporto che avete manifestato per il mio modesto pensiero.
Non volevo buttarla troppo nel personale, ma è inevitabile che ogni parola, ogni pensiero, ogni riflessione, che scaturisce dalla nostra mente è influenzata da fatti personali che la scatenano.
Detto questo, che vuole suonare come una sorta di atto di d0lore, di mea culpa, di confessione contrita davanti a Dio e agli uomini, passiamo ad un'analisi più generalistica...
La questione dell’esistenza di Dio interessa tutti, cristiani e non.
Un cristiano dovrebbe imparare ad accettare le miserie proprie e altrui. Coscienza, responsabilità,
leggere, decidere il proprio comportamento.......sono tutte cose che competono al cristiano, esattamente come ad un ateo e su questo non ci piove, ma spesso capita che paradossalmente sono proprio coloro che si definiscono atei a comportarsi seguendo esattamente i canoni previsti dalla religione cristiana, mentre noi che ci pregiamo di esserlo, pecchiamo di presunzione erigendoci su un piedistallo e guardando dall'alto in basso chi non crede.
Forse dovremmo scendere e abbracciare chi la pensa diversamente e camminare insieme verso un cammino di fratellanza.
Ringrazio davvero di cuore tutti, uno per uno e vi abbraccio ancora...
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Insomma, leggendo e rileggendo tutti i commenti e pareri personali qui postati, non posso fare altro che concludere che la differenza fra credere e non credere in una forza o energia impersonale chiamata Dio, o Creatore dell'Universo, o Complessità Suprema, o come preferite voi, è la stessa differenza tra password e PIN: cioè, nessuna! Entrambi necessitano di una conferma personale e inequivocabile per essere autenticati.

Buon martedì e buona giornata a tutti, sia a chi crede che a chi non crede! '-)
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Volendo poi analizzare le motivazioni psicologiche dell'ateismo, secondo me esso nasce, oltre tutto nelle persone più profonde e psichicamente forti, come reazione alla sensazione di oppressione derivante dall'invadenza, spesso autoritativa e discriminatoria, del conformismo sociale connesso alla professione delle fedi religiose.
     Alla stessa maniera, in molti le medesime sollecitazioni determinano l'effetto di atteggiamenti fideistici spesso solo abitudinari ed assolutamente non meditati, soliti costituire nel tempo, con l'evolversi dell'individuo verso posizioni sempre più ipocrite, il nocciolo duro di quei conformismi sociali.
     La vera fede, di sua natura tollerante, meditata e mai discriminatoria nei confronti del non credente (ma semmai nei confronti del FALSO credente, alla stessa maniera in cui Cristo se la prendeva coi farisei e non con i pagani ed i "peccatori"), è fenomeno incredibilmente raro; e sono rare anche posizioni schiettamente ed imparzialmente agnostiche, per essere senza ombra di dubbio le più difficili da sostenere, in quanto prive del sostegno psicologico di un ben individuato gruppo sociale di appartenenza. In questo è ammirevole la posizione chiarita da Francesca nel suo commento precedente, che andavo rileggendo.
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Giulio, innanzi tutto ti ringrazio per l'immagine (stai diventando immaginifico, ultimamente: sicuro prodromo di una carriera poetica), per l'immagine, dicevo, del fiume ordinato, calmo e potente di pensieri che si dirigono tutti verso una stessa meta.
    Tuttavia (particella sgarrupativa :), ove la suddetta meta fosse un errore, quel fiume sarebbe meglio non fosse mai esistito...
    Mi corre dunque obbligo spiegare il perché delle mie affermazioni relative all' "affluente" numero 2, affermazioni che in effetti davano qualcosa per sottinteso.
    Ipotizziamo un credente "serio" (ciò che spero ardentemente di essere io :). Ebbene, costui, affrontando il problema di Dio, giungerà alla conclusione che Dio è inconoscibile e indimostrabile RAZIONALMENTE. Un credente serio, infatti, vede chiaramente che le cosiddette "prove" dell'esistenza di Dio (ordine della natura; legge morale dentro di noi (Kant), eccetera) altro non possono essere ritenuti che semplici indizi, o, meglio ancora, supporti di una fede già esistente: niente fede, niente "prove", ma solo speranze. Dopo aver concluso che non esiste prova dell'esistenza di Dio, il credente serio asserirà: "io credo", senza pretendere di dimostrare RAZIONALMENTE alcunché, giacché l'esistenza di Dio è, allo stato, indimostrabile RAZIONALMENTE.
     Veniamo adesso all'ateo serio di cui discorri. Costui, come giustamente tu dici, potrà ben a ragione asserire che non essendoci prove scientifiche  che dimostrino l' esistenza di Dio , non vi è RAGIONE (cioè via RAZIONALE) per credervi. E qui veniamo al punto, cioè alla teiera sdi Bertrand Russell. E mi spiego. Se non esiste dimostrazione di qualcosa in cui un'altra persona crede, per asserire che quella cosa NON ESISTE io DEVO fornire dimostrazione che non esiste. E’ lo stesso concetto che vige in diritto: “onus probandi incumbit ei qui dicit”, cioè l’onere della prova incombe a colui che afferma una cosa. Poniamo che un tale abbia deciso di donare un milione a chi dimostrerà l’esistenza o l’inesistenza della teiera di Russell. Caio, che ne asserisce l’inesistenza, si recherà in giudizio sicuro di far suo il milione. Ma non sarà così, e te lo spiego.
      Se Tizio afferma che la teiera  esiste, deve provarlo; se non lo prova, se ne deduce che ha al riguardo un’opinione indimostrabile, cioè un atteggiamento fideistico: e non vince il premio. Alla stessa maniera, però, se Caio afferma che la teiera non esiste, non gli sarà sufficiente che Tizio non abbia fornito la prova dell’esistenza, ma occorrerà che ne provi l’inesistenza. Se non la prova, il medesimo giudice asserirà che anche Caio nutre al riguardo un’opinione indimostrabile, cioè FIDEISTICA, e non assegnerà il premio a nessuno dei due. E l’opinione giusta rimarrà solo quella del giudice: cioè la SOSPENSIONE DEL GIUDIZIO senza né vincitori, né vinti.
     Era dunque Russell un imbroglione? No, perché dalla sua teiera non deduceva l’inesistenza della teiera stessa, ma solo il fatto che la sua esistenza non era provata, e quindi che la sua negazione non poteva dare adito a giudizi di riprovazione. Dice infatti Russell: “Se (…) l'esistenza di una tale teiera venisse affermata in libri antichi, insegnata ogni domenica come la sacra verità e instillata nelle menti dei bambini a scuola, l'esitazione nel credere alla sua esistenza diverrebbe un segno di eccentricità e porterebbe il dubbioso all'attenzione dello psichiatra in un'età illuminata o dell'Inquisitore in un tempo antecedente. “ – Conclusione e moralità: Russell non si riferiva a credenti SERI, ma a credenti arroganti ed intolleranti: soggetti che mi pare tu abbia ampiamente sperimentato. : ))
       Da queste considerazioni deriva un importante corollario. Se assegniamo a chi crede nell’esistenza di Dio l’appellativo di “credente”, sarà “non credente” chi non ha questa fede. Ma, nell’ambito dei “non credenti”, se vogliamo usare le parole per ciò che significano, dovremo operare una distinzione tra “agnostici” e “atei”. Agnostici saranno coloro che, come il giudice, sospendono il giudizio per mancanza di prove. E’ questo l’atteggiamento tipico degli scienziati seri. Atei, viceversa, saranno coloro che CREDONO nell’inesistenza di Dio senza essere in grado di fornirne la prova.
       Conclusione: fede è quella del credente (nell’esistenza di Dio), fede quella dell’ateo (nell’inesistenza di Lui). Orbene, di fronte alla prova contraria alla propria teoria, ciascuno dei due sarà testardo e recalcitrante, finché la forza dei fatti (gli schiaffoni del Padre Eterno ?? : )) non renderà giustizia e ragione alla prova.  : ))))))))))))))))))))
       (PS: lo so che il commento è lungo; ma un qualsiasi dialogo di Platone, come ben sai, è ben più lungo dei nostri estemporanei discorsi; e l’argomento trattato merita il giusto approfondimento).
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Secondo me, non nasciamo né credenti né agnostici né atei né quant'altro. La verità è che, per un certo periodo della nostra esistenza, non siamo noi stessi, ma invece quello che ci vogliono far essere o diventare. Alcuni di noi si ribellano e reagiscono a tutto ciò che non gli va a genio o gli avversa; altri, invece, preferiscono continuare la loro vita, lasciando le cose come sono sempre state, sia per forza dell'abitudine che per sudditanza psicologica. E comunque, che io creda o meno al cristianesimo come prima, il buon senso mi induce a pensare che  nessuno deve per forza essere cattolico o convertirsi al cattolicesimo per essere cristiano. Io, per esempio, per ragioni che mi sembrano assai ovvie, non sono più cattolico da un bel po' e sinceramente non ho la minima voglia di tornare ad esserlo, nonostante rimango cristiano a modo mio e nessuno mai mi impedirà di continuare ad esserlo.

Spero non sia andato "fuori tema" o, come si dice in gergo forumistico, "off topic".

Un abbraccio e buon martedì a tutti!!! '-))

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