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Scritta da: Miriam Serranò
Forse avrei dovuto buttarmi sulla Palmiro Togliatti e far vedere a tutti quanto era grande il sentimento per te. Ti sarebbe piaciuto, vero?
Canzone delle vanità, niente ci resta, ma almeno avresti avuto una dedizione d'amore assoluta.
Come mio nonno, che non può camminare e chiama mia nonna dal letto e grida: - Giuditta! Giuditta!
E nonna corre come questo treno che sfreccia vicino all'acquedotto romano in rovina. Quello è amore: la follia di una dedizione totale che ti fa superare tutto, anche le tue difficoltà fisiche. Spesso, quando ti giravi nel letto accanto a me, ho pensato che volessi la stessa cosa, ma ho proiettato su di te un desiderio soltanto mio.
Avrei dovuto urlare, mettermi a buttare le tue cose dal balcone, il rasoio, il pigiama, e magari colpire qualcuno che guardava le vetrine di quei sei negozi che stanno lì sotto, forse anche rompere i vetri della finestra, macchiarmi le mani di sangue, sfigurarmi il volto. Invece ti ho semplicemente detto: - Va bene. Ciao.
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    Scritta da: Miriam Serranò
    Roberta contava gli strati della sua anima e cercava di metter loro un nome, si rendeva conto del senso di disagio che quella situazione le faceva provare, non accettava le sue incoerenze da persona normale, non accettava di voler stare in quella città e di non sopportarne il rumore, rifiutava di dover sorridere a gente di cui non le importava, a una vita di cui non vedeva il senso, di sentirsi ancora legata ad un uomo che non la accettava così com'era, che cercava di cambiarla, e da quando si erano lasciati le faceva le poste per controllare quanto la carenza di autostima l'avesse modellata secondo i suoi desideri. Si odiava perché lui ci stava riuscendo, se lo figurava in quel buio infernale che ricopriva Roma, a non vedere la strada che percorreva, che sicuramente aveva cercato qualcosa per terra che potesse fare rumore se trascinato o sbattuto contro i cancelli, un suono qualsiasi che coprisse il silenzio di fuori, inaccettabile se sommato a quello che aveva dentro.
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      Scritta da: Miriam Serranò
      Viaggio
      Binario 4. Trentasette minuti di ritardo per un treno che deve arrivare alla fine d'Italia. Si muove da Roma che fa un freddo da lupi e poi scende fino all'equatore.
      Parto ancora. Scappo via da questa città per niente musicale, piena di air-bag che non funzionano, e tu stai lì e ti dici che prima o poi attutiranno l'urto, ma non ci credi neanche un po' mentre tenti di continuare ad usarli e ti fai male.
      Sono riuscita a compattare la mia vita con te in una palla di vestiti sporchi e una di biancheria, le ho ficcate nel trolley che mi hai regalato rosso, perché così potevi usarlo anche tu. A dire la verità questa valigia non è solo di un brutto colore, è pesante e non riesco a tirarla su, per fortuna mi aiuta un ragazzo col cappello, che, nonostante la difficoltà, non lascia neanche per un attimo la bottiglia di cocacola; accanto a lui una ragazza che sembra uscita dalle pagine di Cosmopolitan, sono sicura che se si mettesse a parlare inglese mia nonna saprebbe fare di meglio. Lei ha fatto pure la guerra, è una persona in gamba.
      Quanto è bello pensare di arrivare e trovare lei, sentirsi abbracciare e vergognarsi di quella lacrima che esce a tradimento. Nonna non lo sa che sono partita per te, per un uomo che mi ha giurato di non poter sopravvivere senza di me e il giorno dopo mi ha mollata, perché la mia assenza lo faceva sentire più leggero.
      Forse avrei dovuto buttarmi sulla Palmiro Togliatti e far vedere a tutti quanto era grande il sentimento per te. Ti sarebbe piaciuto, vero?
      Canzone delle vanità, niente ci resta, ma almeno avresti avuto una dedizione d'amore assoluta.
      Come mio nonno, che non può camminare e chiama mia nonna dal letto e grida: - Giuditta! Giuditta!
      E nonna corre come questo treno che sfreccia vicino all'acquedotto romano in rovina. Quello è amore: la follia di una dedizione totale che ti fa superare tutto, anche le tue difficoltà fisiche. Spesso, quando ti giravi nel letto accanto a me, ho pensato che volessi la stessa cosa, ma ho proiettato su di te un desiderio soltanto mio.
      Avrei dovuto urlare, mettermi a buttare le tue cose dal balcone, il rasoio, il pigiama, e magari colpire qualcuno che guardava le vetrine di quei sei negozi che stanno lì sotto, forse anche rompere i vetri della finestra, macchiarmi le mani di sangue, sfigurarmi il volto. Invece ti ho semplicemente detto: - Va bene. Ciao.
      Mi accorgo di essere arrivata a Napoli. Un venditore urla: - Pizza, panini, caffè, birra, acqua!
      Girerà per tutto il treno, ne saliranno altri cinque, ognuno venderà blocchi per scrivere, cd, sfogliatelle e così via, fino a Salerno, poi ritorneranno al capoluogo.
      Non focalizzo, continuo a pensare a ieri, al dolore che non ho sentito, nel mio sterno ho solo avvertito un tonfo, come di un portafoto che cadeva. Forse era una fotografia che non sarebbe dovuta essere scattata, come quando in un film viaggi indietro nel tempo e i personaggi delle foto svaniscono nel nulla. Mi perdo in un cruciverba avvizzito, cinquecento giochi per un euro e venti, definizioni strane come "al centro del cuore". Nei quadratini il tuo nome non c'entra, forse è un segno del destino. Dovrei trovare un fidanzato col nome di tre lettere o smettere di metterli al centro del mio cuore.
      Cerco di rilassarmi mentre il treno riparte e mi sembra anche questa volta di tornare verso Roma. Napoli centrale è un insieme di binari morti, come la maggior parte di quelli delle stazioni di una grande città. Ma tu, che in posto come Roma ci sei nato e cresciuto non puoi capire che significa prendere un treno al volo perché rimane fermo in stazione un minuto e mezzo e poi non lo riacchiappi più. Nonna mi raccomandava sempre di andare in anticipo.
      Ero così concentrata sul cruciverba che non mi ero accorta del mare. Da quanto non lo vedevo! Ascolto il mio cuore che ricomincia a battere. Non esiste dolore che qualcuno mi possa procurare che la mia terra non possa guarire.
      Prendimi in giro quanto vuoi per i miei scritti da emigrante, da studentessa universitaria che ti dice che non capisci cosa vuol dire vivere senza nessuno. Senza nonna che ti mette le lenticchie cucinate sui gradini della scala. Il tuo "non ti amo più" questo non lo può cancellare.
      Di nuovo montagna, pioggia.
      Una volta sono salita a Roma con la macchina e a Lago Negro nevicava, un nevischio leggero per la verità, la neve fatta per bene non l'ho mai vista.
      Vibo Pizzo, altre tre ore, se mi va bene, e sono arrivata. Non riesco a staccare il mio pensiero da ieri sera, da quell'addio calmo e feroce. Campeggia nella mia mente come gli inglesi dal cappotto lungo e le scarpe da tennis bianche.
      Ecco lo stretto... Mio Dio, che meraviglia! Ormai è sera, è tutto viola e Messina sembra volersi tuffare nella striscia di mare che ci separa. Le lampare si accendono lentamente come stelle in un firmamento d'acqua e anche l'intercity non corre più, pare che rispetti il mio ritorno a casa.
      Otto ore di viaggio e nemmeno mi hai chiamata, almeno sei stato sincero dicendomi di non amarmi più ma non mi lamento per me, potevi telefonare per nonna almeno, che non ha fatto altro che sgranare rosari da quando ti sei messo a cercare lavoro. La cosa che mi fa male però non sei tu, nel mio cuore sei già morto da un pezzo, per quanto sia orribilmente doloroso sentire la fine di una parte di te stessa, tenere dentro un aborto che non sai se il tuo corpo espellerà da solo. Il problema non sei tu. Il dramma è che arriverò a casa e nonna non sarà sulla porta a rendere la mia vita antica e nuova nello stesso tempo e io, per stare dietro ai tuoi desideri, ho perso tutto questo senza preavviso... Ti strapperò dal mio dentro sconfinato e cercherò la morte con questa emorragia di dolore. Si, giusto morire, come te... come nonna.
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